Panorami dell'immigrazione contemporanea

Chi ha pagato la regolarizzazione?

La regolarizzazione delle colf e delle badanti, che si è svolta fra il 1 e il 30 settembre, per alcuni è stata un flop, mentre per i rappresentanti dell’esecutivo è rimasta esattamente nelle previsioni[1], anche se a volte sono apparsi loro stessi piuttosto confusi nella valutazione[2].

Leggendo la relazione tecnica del 15 luglio scorso ad opera dalla Ragioneria Generale dello Stato, si ipotizzavano 300.000 richieste ed effettivamente ne sono arrivate 294.744[3]. E’ vero però che, fra queste 300.000 pratiche, la relazione includeva le richieste relative ai rapporti di lavoro con cittadini italiani e comunitari (stimate pari a 130.000),  mentre la cifra diffusa il 1 ottobre dal Ministero dell’Interno è composta solo dalle domande relative a non comunitari. Apparentemente sembrerebbe quindi addirittura superato il dato dalle previsioni originarie. Il dato riguardante l’emersione dei lavoratori “regolari” sotto il profilo del soggiorno, che andrebbe sommato a quello del Ministero dell’Interno, ad oggi non è ancora stato diffuso dall’INPS[4]; forse quel dato può davvero fornire un informazione utile a chiarire se lo strumento normativo fosse idoneo o meno a stimolare l’emersione, visto che quel tipo domande era finalizzata alla sola emersione e non all’ottenimento di un permesso di soggiorno come nel caso dei non comunitari.

Per una corretta valutazione quindi la domanda da porsi è se con questa regolarizzazione si sia raggiunto l’obiettivo che ci si era posti e pertanto ricordare quale fosse questo obiettivo. Se si mirava a legalizzare i rapporti di lavoro domestico gestiti nel sommerso, si conclude presto che il dato ministeriale deve essere ripulito, è in parte sottodimensionato.

Andrebbero innanzitutto stornate le richieste di regolarizzazione “mascherate”, ovvero di quei datori di lavoro che si sono prestati a far emergere un rapporto di lavoro domestico quando invece impiegano un’altra tipologia di lavoratore subordinato ma non hanno avuto altra possibilità per immettere il proprio dipendente straniero in un percorso di legalità, andando così a falsare le statistiche che misurano i bisogni familiari e assistenziali del paese.

Per definizione è difficile calcolare questo dato, ma possiamo azzardarci a ipotizzare -  mantenendoci ottimisti – che siano, per esempio, 1 ogni 10 domande. Non ci si allontana dalla realtà, e forse la sottostimiamo, se vogliamo aggiungere in questo conteggio le domande “truffa” di quei lavoratori che impegnati in altre attività – a volte autonome, più spesso subordinate – non hanno avuto la fortuna dei primi ed hanno dovuto trovare le risorse per pagare un datore di lavoro fittizio che si prestasse a dichiarazioni fasulle e avviasse la regolarizzazione. Un po’ ovunque da nord a sud sono nate “agenzie” o organizzazioni più o meno articolate a cui molti migranti avrebbero pagato da 2.000 a 5.000 euro. Una parte di queste domande non vedranno mai una effettiva conclusione e si limiteranno per un certo periodo di tempo a proteggere da un accusa di reato di ingresso e soggiorno illegale lo straniero che ne stringe in mano la ricevuta.

Ci sono poi le domande “mancate” che dimostrano più di tutte che la regolarizzazione non ha centrato il punto. Regolarizzare i rapporti di lavoro sommerso, avrebbe dovuto essere un obbligo, non una scelta. Così non è stato, se non solamente nel caso di una badante salvadoregna a Brescia, che ha visto riconoscersi in extremis il diritto ad essere regolarizzata dal Tribunale ordinario[5] che il 25 settembre, con un provvedimento di urgenza, le ha risparmiato il destino toccato a quei lavoratori a cui il datore di lavoro aveva risposto alla richiesta di regolarizzazione con un licenziamento.

Secondo la stima fornita dalle Acli, le famiglie che pur interessate hanno alla fine rinunciato alla regolarizzazione delle proprie colf e badanti sono tra il 30 e il 40% di quelle presentate ai loro sportelli[6]. Il limite principale che si è visto di fronte chi un rapporto di lavoro da regolarizzare lo aveva realmente e voleva farlo, è stato quello del possesso di un reddito minimo di 20.000 euro che consentisse di regolarizzare la propria colf – mentre non c’era limite reddituale per l’assunzione di una badante di un assistito non autosufficiente, condizione che doveva essere però certificata da un medico.

Ma in Italia quanti pensionati autosufficienti – e quindi obbligati a rispondere a tale requisito reddituale – non raggiungono quell’importo? Se poi non avevano dei familiari che potessero subentrare come datori di lavoro hanno visto sfumare questa possibilità di immettersi finalmente nei binari della regolarità.

In molti casi poi, visti i limiti economici e le concrete richieste delle famiglie, i rapporti di lavoro ad ore non raggiungono le 20 ore lavorative – come richiesto obbligatoriamente dal provvedimento – e solo nei casi in cui uno dei vari datori di lavoro di una colf  si è preso l’onere di dichiarare un numero di ore superiore alle proprie esigenze, è stato possibile cogliere questa opportunità, falsando ancora una volta il quadro delle necessità reali delle famiglie.

Sono mancati appropriati sostegni dal punto di vista fiscale o contributivo che avrebbero spinto a fare la domanda di regolarizzazione quelle famiglie disincentivate dal reale costo complessivo del rapporto di lavoro legalizzato. Queste hanno preferito mantenere nel sommerso o licenziare le dipendenti non comunitarie per instaurare nuovi rapporti rigorosamente “a nero”. E’ chiaro quindi che in tal modo viene di fatto ignorato il ruolo che le assistenti alla persona hanno nell’economia del paese come fattore di risparmio pubblico che, secondo stime Ministero del Lavoro, è pari a 6 mld di euro di prestazioni assistenziali[7].

Il contributo forfetario di 500 euro che è stato pagato per ciascuna domanda ha certamente rappresentato un buon introito per lo Stato: parliamo di almeno 147.372.000 euro[8].

Quello che non tutte le famiglie hanno capito è che questa cifra andrà a coprire la spesa contributiva per un solo trimestre (1 aprile 2009 – 30 giugno 2009). Al momento della formalizzazione presso le Prefetture dei rapporti di lavoro in corso di regolarizzazione, si vedranno consegnare il conto dei contributi da versare relativi agli altri periodi successivi al 30 giugno (e in alcuni casi anche precedenti al 1 aprile, se così dichiarato).

Il Prefetto Morcone, capo del dipartimento libertà civili e immigrazione del Ministero dell’Interno a fine agosto ha annunciato che l’obiettivo sarà impiegare meno di un anno per completare lavorazione delle pratiche di regolarizzazione. Considerato tuttavia il forte arretrato di alcune Prefetture, già causato da decreto flussi e ricongiungimenti familiari, anche se si vuole fare una previsione ottimistica bisogna calcolare 6 mesi di media per la convocazione allo Sportello Unico, e le famiglie si troveranno a versare tutti insieme altri tre trimestri di contributi (da luglio a marzo).

Ragionando a spanne un rapporto di lavoro domestico di livello base (colf livello A che effettua 20 ore di lavoro settimanali) o poco superiore (colf livello A che effettua 25 ore settimanali, caso in cui la spesa retributiva si alza ma quella contributiva si abbassa) porta nelle casse dell’INPS dai 315 ai 346 euro a trimestre per ogni pratica, arrivando per la totalità delle domande a un complessivo che va da 278.533.080 euro a 305.944.272 euro.

Poco importa se in moltissimi casi i 500 euro di forfetario lo hanno pagato i migranti, e se nei casi delle domande “mascherate” e le domande “truffa” – quando vanno a buon fine – la spesa contributiva è certamente a carico del lavoratori e non corrisponde a un effettivo rapporto di lavoro e quindi a una retribuzione. Queste persone, per cui non c’era possibilità diversa di regolarizzare la propria presenza in Italia – nei casi in cui non verrà scoperta la mancata sussistenza del rapporto di lavoro domestico – con un procedimento piuttosto complesso si troveranno di fatto ad acquistare un permesso di soggiorno al costo di circa 1500/2500 (da aggiungere a quelli già pagati alle agenzie) a seconda dei tempi della Prefettura, senza considerare la nuova tassa – ancora da definire nell’importo ma fissata fra un minimo di 80 e un massimo di 200 euro – prevista dalla legge 94/09.

A partire dal 1 ottobre è partita la “caccia ai clandestini”, persone che in molti casi continuano a lavorare nelle case e nelle imprese degli italiani. Sono numerosi visto che si è persa l’occasione attraverso una regolarizzazione estesa ad altre tipologie professionali di legalizzarne la maggioranza cioè la parte sana che lavora, persone che non rappresentano certo una pericolo pubblico maggiore degli abusi edilizi che provocano crolli e morti o del mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro. Questa caccia impegnerà molto le forze dell’ordine sottraendo risorse umane ed economiche che sarebbero certo meglio impiegate a fronteggiare le tante vere emergenze di sicurezza del nostro paese.


[1] “Sono state pienamente rispettate, quindi, le previsioni del Governo che stimava in 300mila il numero di soggetti interessati all’emersione (previsioni formulate nella relazione tecnica allegata al provvedimento anticrisi, approvato lo scorso agosto). In particolare, sono state presentate 180.408 domande per colf e 114.336 domande per badanti.” Dal sito del Ministero dell’Interno – notizie – 1 ottobre 2009.

[2] Si è parlato anche di 500mila domande che sarebbero potute lievitare a 750mila

[3] Dichiarazione di Emersione. Report di sintesi a scadenza dei termini. Riepilogo definitivo domande pervenute su scala nazionale.

http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/16/0033_Report_Conclusivo_-_Dichiarazione_di_Emersione.pdf

[4] Inps ha invece diffuso in questi giorni i dati dei lavoratori domestici in Italia riferita al 2007.
Su un totale di 597.281 assicurati, con un aumento del 25,76 per cento rispetto al 2006, il 78 per cento di badanti e lavoratori domestici è rappresentato da stranieri, di cui 283.094 provenienti dall’Est Europa, pari a più del doppio degli italiani impiegati nella stessa tipologia di attività, che sono in totale 133.248. Seguono i lavoratori provenienti dall’Asia, in totale 87.157 il 60% dei quali è di origine filippina e i lavoratori provenienti dalle Americhe, soprattutto dal Sud, pari a circa 51.885 persone.

[5] Tribunale Brescia. Ordinanza 2080/09 del 25/09/09.

[6] www.acli.it in “Regolarizzazione colf: rinunce tra il 30 e il 40%” in news nazionali.

[7] da “Immigrazione e Welfare” Ferruccio Pastore e Flavia Piperno – Centro Studi di Politica Internazionale – CeSPI.

[8] Il conteggio non considera i contributi versati per domande mai completate e trasmesse, né quelli delle pratiche di lavoratori comunitari e italiani.

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