Panorami dell'immigrazione contemporanea

La Gelmini fa 30

Nella scuola, come in altri ambiti del panorama italiano, la presenza di alunni aventi diverse origini culturali, ha reso visibili carenze e limiti, ma nello stesso tempo, stimola il cambiamento e la riprogettazione, secondo modalità adeguate alla nuova realtà sociale.

L’8 Gennaio 2010 è stata diramata dal Ministero dell’Istruzione una circolare che prevede un numero limite di stranieri in ciascuna classe scolastica.

La circolare del Ministro Gelmini, prevede l’introduzione di questo limite a partire dall’anno scolastico 2010/2011. Secondo la Gelmini il tetto massimo di stranieri per classe, che non dovrà superare una quota del 30%, servirà ad ottenere una equilibrata distribuzione degli allievi con cittadinanza non italiana tra istituti che insistono sullo stesso territorio. Questo provvedimento modificherà in modo sensibile la fisionomia delle classi e più in generale la struttura della nostra futura società.

L’introduzione di tale limite avverrà gradualmente a partire dal primo anno di ciascun grado di studi, e potrà essere innalzato a fronte della presenza di alunni stranieri nati in Italia, ma non cittadini italiani, già in possesso delle adeguate competenze linguistiche, con lo scopo di “garantire un equilibrato e funzionale assetto delle realtà scolastica ed effettive condizioni di parità e di generalizzata e piena fruizione del diritto allo studio[1]

Il numero di alunni di cittadinanza non italiana che hanno frequentato la scuola nel 2008/2009 è salito a 628.937, con 54.800 iscritti in più rispetto allo scorso anno, valore che ha determinato un incremento annuale del 9,5%. Cresce rapidamente anche il numero di studenti di origine straniera con cittadinanza italiana, che sono diventati 233.051, quasi 34.000 in più dello scorso anno. Il dato lascia intendere che, l’aumento annuale complessivo di iscritti sia riconducibile a ragazzi nati nel nostro paese e che questa quota non potrà che diventare progressivamente sempre più rilevante[2].

Il Ministro Gelmini ha precisato che i ragazzi nati in Italia saranno esclusi dal computo del 30%.

Di fatto all’interno di ogni singola classe saranno facilmente individuabili tre sottogruppi: i ragazzi nati in Italia da genitori italiani; i ragazzi nati in Italia da genitori stranieri;  ragazzi nati all’estero da genitori stranieri. Tuttavia sta già avvenendo la revisione in chiave più restrittiva di questa disposizione, come dimostra la recentemente circolare diffusa dal Ufficio Scolastico Regionale del Lazio.

Quale dovrebbe essere la differenza sostanziale fra i tre gruppi? E fra i due gruppi di figli di stranieri[3]?

Il processo di integrazione certamente prescinde dal luogo di nascita di un individuo, e la scuola ha un ruolo fondamentale nel processo si socializzazione[4], in particolare sulla costruzione dell’identità. Queste disposizioni finirebbero per compromettere questo ruolo.

Il Ministro ha posto l’accento su una differenza basata sull’apprendimento della lingua italiana, ma il rischio è che questo provvedimento ponga piuttosto l’accento sulle distinzioni sociali. Tali distinzioni potrebbero finire per influire sullo sviluppo dell’identità dei bambini, che nel caso delle seconde generazioni si compone di identità culturale associata alla famiglia di appartenenza e identità personale acquisita attraverso la socializzazione nella società di accoglienza[5].

Il Ministro Gelmini ha inoltre precisato che tali quote d’ingresso nelle classi sono state introdotte con il fine ultimo di evitare che si possano formare delle classi “ghetto” costituite solo da stranieri, facilitando il processo di integrazione di quelli che i demografi definiscono “il futuro del nostro paese”.

Sono questi i presupposti e i requisiti irrinunciabili che consentono di coniugare efficacemente l’obiettivo della massima inclusione con quello di una offerta formativa qualitativamente valida, che tenga conto delle situazioni di partenza e delle necessità di ciascun alunno[6].

Questa suddivisione aprioristica, non potrebbe già di fatto creare una forma di discriminazione? Non si finirebbe per costituire un piccolo “ghetto” all’interno della classe stessa?

Una divisione mette in evidenza delle differenze all’interno di un gruppo influendo negativamente sul sentimento di appartenenza ad una comunità – l’intera classe – piuttosto che ad una piccola parte, sentimento ogni studente dovrebbe possedere. Quando un soggetto si riconosce in un contesto collettivo, vuole trovare la sua collocazione. Affinché questo avvenga per i ragazzi appartenenti a minoranze culturali, è necessario che si riconosca che la differenza culturale non è sempre fonte di allontanamento e ghettizzazione, non impedisce necessariamente ogni inserimento delle persone nella società[7].

La presenza di alunni stranieri nelle scuole può però rendere più evidenti alcuni meccanismi di etnocentrismo: sono infatti frequenti i pregiudizi che altro non sono che opinioni e atteggiamenti preconcetti condivisi da un gruppo rispetto alle caratteristiche di un altro gruppo. Forme di etnocentrismo e pregiudizi possono fare da elemento scatenante alla xenofobia nelle sue varie forme e livelli. La scuola ha il compito di affrontare questi problemi senza tacerli o sottovalutarli.

La classe rappresenta un contesto sociale in cui si rende possibile il dialogo, è un luogo di mediazione fra culture. La scuola quindi ha un preciso ruolo di mediazione e socializzazione.

E’ perciò importante che la riprogettazione della scuola sia adeguata alla nuova realtà sociale, guardando alle persone non come categorie ma come soggetti , tenuto conto che la classe interculturale è uno spazio di costruzione identitaria per tutti gli alunni.

E’ lecito quindi domandarsi se sia questa la direzione presa da questa circolare oppure no. Di sicuro, la circolare lascia spazio al molteplici interrogativi: cosa succederà nei piccoli centri? Spesso si tratta di centri con un’unica scuola: cosa ne sarà degli studenti in eccesso? Chi ne pagherà veramente le spese non solo in termini pedagogici ma anche economici?


[1] Circolare del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca n.2 dell’8 Gennaio 2010

[2] Dossier statistico Caritas/Migrantes, 2009

[3] In merito è interessante la riflessione di Sergio Talamo in “Il tetto e il ghetto” “Una precisazione più che importante: è storica. Sancisce cosa sia in concreto la cittadinanza. Ciò che non si vuole ammettere come concetto generale, riaffiora come complemento di una norma: nascere in un paese vuol dire già essere, almeno potenzialmente, un pezzo di quella comunità e di quella storia. E quindi, specie se sei un bambino, quel paese ha il dovere e l’interesse a tenderti la mano” Stranieriinitalia.it, 15.01.2010. Varrebbe la pena chidersi se ciò non valga anche per chi nel paese non vi nasca, ma vi cresca.

[4] Touraine A., 1998, Libertà, uguaglianza, diversità. Si può vivere insieme?, edizione Il Saggiatore, Milano

[5] Wieviorka M., 2002, La differenza culturale: una prospettiva sociologica, edizione Laterza, Roma/Bari

[6] Circolare del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca n.2 dell’8 Gennaio 2010

[7] Wieviorka M., 2002, La differenza culturale: una prospettiva sociologica, edizione Laterza, Roma/Bari

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