L’iniziativa di Immigration Flows di dedicare il mese di maggio a contributi sull’inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro cade in un momento nel quale c’è una singolare attenzione istituzionale ad un tema che condiziona in modo pesante la qualità dell’occupazione straniera. Il lavoro “nero” continua ad essere uno dei tratti peculiari del sistema produttivo italiano, un fattore economico che con la rapida evoluzione del fenomeno migratorio tende ad avere sempre più peso. Nel mese di aprile 2010 su questo argomento si sono pronunciati, a breve distanza l’uno dall’altro, sia il Presidente dell’Istat Enrico Giovannini, in una audizione all’XI Commissione permanente “Lavoro pubblico e privato” della Camera dei Deputati[1]; sia il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maurizio Sacconi con una relazione alla stessa commissione tenuta due settimane dopo[2], nella quale oltre a riprendere le stime dell’Istituto nazionale di statistica si presentavano i primi risultati della nuova strategia di contrasto centrata su un’attività ispettiva collaborativa e di qualità.
Nel settembre 2008, quando la cosiddetta Direttiva Sacconi formalizzò il cambio di rotta furono numerose le polemiche[3]. In particolare le parti sociali lanciarono l’allarme che, con la crisi economica incipiente, allentare i vincoli delle ispezioni in azienda sarebbe stato rischioso. D’altronde, all’epoca, con il Governo insediatosi da appena qualche mese, si voleva segnare una discontinuità con l’azione del precedente esecutivo, accusato di essere “nemico delle imprese”: “[…] Si richiama la centralità di una visione delle attività di vigilanza attenta alla qualità ed efficacia della azione ispettiva. Azione che deve essere cioè diretta essenzialmente a prevenire gli abusi e a sanzionare i fenomeni di irregolarità sostanziale abbandonando, per contro, ogni residua impostazione di carattere puramente formale e burocratico, che intralcia inutilmente l’efficienza del sistema produttivo senza portare alcun minimo contributo concreto alla tutela della persona che lavora”[4].
Senza prendere posizione rispetto ad una tesi che avrebbe meritato un confronto più ampio di quanto sia stato (“i controlli sono d’intralcio all’efficienza del sistema produttivo”), in questo intervento intendo evidenziare come una strategia di contrasto per così dire light non intacchi alcuni dei fenomeni distorsivi, per usare il lessico ministeriale, che coinvolgono gli immigrati irregolari; anzi, un’attenta considerazione dei dati disponibili porta a concludere che tale inversione di tendenza è andata a scapito dei soggetti più vulnerabili e ricattabili. Occorre però andare con ordine.
La complessa metodologia di stima con la quale l’Istat ricostruisce il peso dell’occupazione irregolare permette di individuare con sufficiente precisione la quota di lavoratori stranieri clandestini, come li chiama in modo un po’ disattento l’Istat[5]. Comunque sia gli stranieri clandestini rappresentano la componente più ridotta del lavoro non regolare e sono valutati in circa 377 mila unità di lavoro nel 2009. Tuttavia se si considera il trend 2001-2008 (fig. 1) si nota che all’indomani della sanatoria del 2002 si è rimesso in moto quel processo di accumulo del lavoro non regolare che presumibilmente nel giro di qualche anno creerà le condizioni per una nuova regolarizzazione.
Fonte: elaborazione di Immigration Flows su dati Istat 2010
Un altro dato da considerare con attenzione riguarda la disoccupazione degli immigrati: nell’ultimo trimestre dello scorso anno oltre un quarto dell’aumento su base annua dei disoccupati (369mila unità) è ascrivibile agli stranieri, facendo arrivare il tasso di disoccupazione dei lavoratori non italiani al 12,6%. Infine aumenta la quota di inattivi che nella popolazione straniera di 15-64 nel 2009 sono cresciuti del 12,6%. L’ultimo anno ha quindi segnato la prima inversione di tendenza nel mercato del lavoro italiano, dopo anni che l’occupazione straniera trainava la crescita di posti di lavoro (che si badi non equivalgono a crescita economica). Quindi? Il timore, peraltro condiviso anche dall’Istat, è che questi lavoratori siano risucchiati nel lavoro nero e, a stretto giro, anche nell’irregolarità di soggiorno, originando così la singolare figura del “clandestino di ritorno”. A questi fenomeni di contrazione occupazionale occorre aggiungere che la distribuzione dell’occupazione immigrata appare ancora più sbilanciata di quella nazionale a favore delle imprese di piccolissima dimensione: oltre la metà dei dipendenti stranieri (il 51,5%) è occupata in una micro-impresa (meno di 10 addetti), e la quasi totalità di essi (l’82%) lavora in un’impresa con meno di cinquanta addetti[6]. Una prima conseguenza delle modalità di inserimento degli immigrati nel sistema produttivo italiano è che pochi hanno avuto accesso agli ammortizzatori sociali, rinforzando così l’ipotesi di un travaso dal lavoro regolare a quello irregolare. Più in generale, la rilevanza che assumono le piccole imprese nel tessuto produttivo, associata al persistere di forti divari territoriali e al peso economico dei settori labour intensive sono alcuni degli aspetti che lasciano presagire una crescita del dualismo tra occupazione regolare e non regolare. È poi evidente che in un periodo di crisi economica le imprese (piccole e grandi) tenderanno a fare economia sulla fascia bassa della forza lavoro, spesso composta da immigrati, usando magari la pratica del licenziamento e della riassunzione in nero.
È questo lo sfondo rispetto al quale leggere i dati presentati di recente dal MLPS sull’attività ispettiva nel bienni 2008-2009 (tab. 1). L’anno scorso, le aziende ispezionate diminuiscono del 3,6%, così come quelle nelle quali è stata riscontrata una irregolarità (-11,4%); cresce invece del 2,8% il numero di lavoratori irregolari, raggiungendo quota 316mila; mentre sono stati 124mila i lavoratori che operavano totalmente in nero.
Tab. 1 – Confronto risultati attività ispettiva 2008/2009
| Aziende ispezionate | Aziende irregolari | N. lavoratori irregolari | N. lavoratori totalmente in nero | Recupero contributi e premi evasi | |
| 2008 | 315.170 | 197.843 | 307.625 | 127.349 | € 1.942.511.926,48 |
| 2009 | 303.691 | 175.144 | 316.310 | 124.476 | € 1.924.720.290,99 |
| Variazione % | -3,64% | -11,47% | 2,82% | -2,26% | -0,92% |
Fonte: riproduzione parziale da MLPS (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), Indagine conoscitiva della XI commissione Lavoro della Camera dei Deputati su “Taluni fenomeni distorsivi del mercato del lavoro: lavoro nero, caporalato e sfruttamento della manodopera straniera”, Roma, 29 Aprile 2010, p. 11.
Dal punto di vista numerico quindi l’anno passato c’è stato un rallentamento dell’attività ispettiva. È pur vero che la strategia della “qualità dell’azione ispettiva” ha prodotto una netta diminuzione (23%) delle violazioni formali (amministrative e burocratiche), mentre si sono incrementate le violazioni sostanziali[7]. Tuttavia viene da chiedersi se in un periodo economico come quello attuale non sia il caso di abbinare alla “qualità” anche un po’ di “quantità”. Se è vero che il progetto sperimentale che prevede l’incrocio di dati amministrativi, camerali e contabili per individuare a monte le aziende più a rischio non riguarderà le micro-imprese[8], che cosa accadrà nelle infinite catene di sub-appalto dell’edilizia? Nelle aziende artigiane a conduzione quasi-familiare? Nelle ditte individuali o poco più che un giorno assumono e l’altro licenziano? In agricoltura e nel micro-cosmo della trasformazione alimentare?
In una delle parti finali, del bellissimo reportage di Alessandro Leogrande sui nuovi schiavi del bracciantato pugliese, si racconta una giornata sulle tracce del lavoro nero nelle campagne. Accompagnato da carabinieri e sindacalisti Leogrande batte a tappeto i campi tra Lucera, Ortanova e Cerignola, luoghi dove si conta un casolare diroccato ogni dieci chilometri e per il resto solo campi di “oro rosso”; luoghi nei quali, in estate, la popolazione immigrata si moltiplica e dove la mancanza di regole sul lavoro si può trasformare in un abisso di abiezione. Il tavoliere delle Puglie sembra impossibile da controllare: troppe strade e nascondigli, troppa complicità e silenzio; tuttavia: “per quanto sia vasto il territorio, il pomodoro si raccoglie sotto la luce del sole, in campi individuabili. Si tratta solo di macinare molti chilometri sulle mille strade della provincia, soprattutto quelle battute di rado”[9]. Macinare chilometri, quindi, dall’alba al tramonto, a piedi o in macchina, con la pioggia o con il sole. Tutto per cercare di arginare i mille rivoli del lavoro nero.
[2] MLPS (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), Indagine conoscitiva della XI commissione Lavoro della Camera dei Deputati su “Taluni fenomeni distorsivi del mercato del lavoro: lavoro nero, caporalato e sfruttamento della manodopera straniera”, Roma, 29 Aprile 2010
[3] Cfr. MLPS (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), Servizi ispettivi e attività di vigilanza. Direttiva del Ministro, Roma, 18 settembre 2008
(http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/8FD70F8B-B94C-4554-8776-DDB084652466/0/20080918_Dir.pdf)
[4] Tra le diverse innovazioni previste dalla direttiva c’era anche la possibilità di ispezioni in azienda solo dopo un tentativo di conciliazione tra lavoratore e datore di lavoro e la non ricevibilità delle denunce anonime.
[5] La definizione operativa di questa dimensione è più politicamente corretta: “stranieri non regolari e non residenti che, in quanto tali, non sono visibili al fisco e sono esclusi dal campo di osservazione delle indagini presso le famiglie” cfr. ISTAT 2010, cit., p. 7
[6] Cfr. Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), Gli immigrati nel mercato del lavoro italiano, indagine realizzata dal Creli (Centro per le Ricerche di Economia del Lavoro e dell’Industria), Università Cattolica di Milano, Roma, 18 novembre 2008, p. 27
[7] Si veda l’elenco riportato nel documento ministeriale più volte citato alle pp. 10 e 11.
[8] Il Ministero del lavoro ha avviato, nel corso del 2009, un progetto pilota in sette province (Milano, Genova, Pistoia, Macerata, Terni, Reggio Calabria, Roma) dove si sono incrociati i dati di bilancio delle realtà economiche con fatturato superiore a 200.000 euro, le comunicazioni preventive obbligatorie della procedura Unilav, i precedenti ispettivi in possesso dell’INPS e quelli in possesso delle Direzioni provinciali del lavoro.
[9] Cfr. Alessandro Leogrande, Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Mondadori, Milano, 2008, p. 236.
Foto: John Perivolaris