Panorami dell'immigrazione contemporanea

Gli Stati e la migrazione familiare

Cosa fanno gli stati per regolare la migrazione familiare?

Nel regolare la migrazione familiare, gli stati non si limitano ad esercitare un controllo di tipo quantitativo sui flussi in ingresso. Al contrario, questi attivamente contribuiscono a definire e a disciplinare la stessa vita familiare dei migranti, distinguendo chi è considerato un membro legittimo da chi non lo è, oltre che fissando una pluralità di standard che i richiedenti (e i destinatari delle domande di ricongiungimento) devono rispettare. I familiari ricongiungibili si limitano in genere ai soli membri della famiglia nucleare (coniuge legalmente sposato e figli minori) anche se, su questo aspetto, le regole variano significativamente da paese a paese, oltre che in ragione dello status legale del richiedente[1].

Le condizioni poste ai richiedenti sono molteplici, e vanno dalla necessità di disporre di un reddito e di un alloggio adeguato (che varia al variare del numero di persone che si vogliono introdurre nel paese), la dimostrazione dell’effettiva coabitazione futura così come del fatto che i legami sociali siano “attivi” (ad esempio, in alcuni paesi può risultare problematico effettuare un ricongiungimento dopo separazioni eccessivamente prolungate).

Il concetto di dipendenza è cruciale nelle politiche migratorie familiari, e viene definita prevalentemente in tre modi: una dipendenza di natura legale, che si esercita rendendo il migrante ricongiunto “legato” allo status del suo sponsor; una dipendenza di natura finanziaria, che si esprime nella necessità, da parte del richiedente (più che della famiglie stessa), di disporre di un reddito minimo o addirittura (anche se questo tende a diventare sempre meno comune), proibendo l’accesso al mercato del lavoro da parte del familiare ricongiunto. Infine, la dipendenza è formulata in termini di dipendenza sociale (esigenze di cura), nella misura in cui definisce i bambini ricongiungibili sotto una certa soglia d’età, o limitando l’ingresso dei genitori anziani a quei casi in cui non hanno altri mezzi di supporto o sostentamento.

Queste politiche si fondano sulla previa classificazione dei richiedenti in categorie (migranti di breve o lungo periodo, cittadini nazionali, comunitari o di paesi terzi, rifugiato o titolari di protezione temporanea…) in atto nel paese ricevente, che porta ad una stratificazione del diritto al ricongiungimento. Nell’ambito delle migrazioni familiari, la stratificazione dei diritti sociali che discende dalla pluralità di status di cui parla bene Morris (2002)[2], genera più diritti al ricongiungimento: in altre parole, non c’è un unico diritto al ricongiungimento a cui tutti i migranti hanno accesso, al contrario, i familiari ricongiungibili così come i requisiti imposti variano – a livello formale – al variare della nazionalità e dello status del richiedente ma anche – a livello informale – al variare di altri vettori di stratificazione sociale come il genere o la classe.

Condizioni e restrizioni in termini di politiche migratorie vincolano le scelte dei migranti e hanno concrete ricadute sulle loro strategie migratorie e relazioni familiari, ricadute che non si limitano alle loro più ovvie e scontate conseguenze (poter vivere o meno con alcuni membri della propria famiglia). Al contrario, questi condizionamenti operano spesso in modo molto più sottile e indiretto. Ad esempio, la necessità di disporre di un reddito minimo può scoraggiare i migranti nel tentare traiettorie di mobilità professionale o geografica (arrischiandosi a cambiare lavoro, città, o a lavorare part-time). Inoltre, il prolungamento della separazione (che deriva dalla difficoltà a maturare i requisiti richiesti) può comportare conseguenze sgradevoli sulla qualità della vita familiare stessa, specie quando a sperimentare la separazione sono familiari bisognosi di cure come gli anziani e i bambini, come mostrano molte recenti ricerche sui fenomeni di vita familiare transnazionale e della cura a distanza[3]. Di fatto, la vita familiare transnazionale si presenta ormai come un assetto diffuso e stabile in molti paesi europei, specie in quelli dell’area mediterranea: in questo senso, il tema del ricongiungimento dei figli in età avanzata e dopo prolungate separazioni solleva importanti questioni in termini di integrazione.

Le politiche migratorie hanno dunque importanti ricadute sulla vita familiare: da un lato in quanto impattano sul modo in cui la vita familiare è concretamente vissuta, dall’altro perchè offrono importanti indicazioni circa il modo in cui questa invece “debba” essere vissuta (Strasser et al. 2009). Queste ricadute devono poi essere lette alla luce delle relazioni, dei ruoli e degli stereotipi di genere, un aspetto che ha sinora però ricevuto molta poca attenzione. Il concetto di dipendenza espresso da queste politiche presume spesso un partner femminile, secondo un modello di ricongiungimento “tradizionale” che non trova The health affordable-health.info marketplaces (also known as exchanges) are estimated to provide up to 29 million people with affordable health affordable-health.info by 2019. però più corrispondenza con la realtà migratorie di paesi che hanno visto aumentare in questi anni le donne migranti per ragioni di lavoro (Bhabha & Shutter, 1994). Anche se numericamente parlando sono ancora più le donne ad essere titolari di permessi di soggiorno di tipo familiare, sono molti gli uomini che ormai migrano a seguito delle mogli anche se non necessariamente secondo procedure di ricongiungimento formale. Nonostante l’attenzione che la riflessione femminista ha da sempre dedicato all’arbitraria distinzione tra sfera produttiva e riproduttiva questa continua ad informare le politiche migratorie e di ricongiungimento, anche se in maniera meno diretta ed esplicita che in passato (van Walsum, & Spijkerboer, 2007): le migrazioni familiari sono etichettate come “improduttive” e un potenziale peso per le finanze dello stato, mal si conciliandosi poi con le crescenti esigenze di selezione professionale (mirate a ben specifiche esigenze di certi segmenti del mercato del lavoro) a cui molti paesi stanno iniziando ad orientare le proprie politiche di migrazione lavorativa.

Mutamenti e tendenze nella migrazione familiare contemporanea.

Una delle più rilevanti e recenti tendenze nella migrazione familiare dei nostri giorni è l’aumento dei matrimoni misti e transnazionali. Questo aumento chiaramente riflette la transizione di gran parte degli stati riceventi da una  fase di reclutamento ad una di insediamento, che si accompagna alla crescita delle seconde (e talvolta terze) generazioni. L’aspettativa tacita (in parte informata da una prospettiva di tipo assimilazionista) era che il tasso di matrimoni misti sarebbe aumentato nel tempo e che, al contrario, quella di matrimoni endogami e transnazionali sarebbe andata verso un progressivo esaurimento. Anche se un certo aumento dei matrimoni interetnici può di certo essere osservata tra le seconde generazioni, questo è molto meno significativo del previsto. In particolare, la continua preferenza, da parte di alcuni gruppi etnico-nazionali, nel praticare unioni matrimoniali con partner conosciuti all’estero (invece che coetnici conosciuti sul territorio) è una fonte di controversia politica. Il matrimonio transnazionale è un fenomeno contestato perché si innesta su catene migratorie non ancora spente in grado casino online di mobilitare un numero significativo di ingressi ( vi è dunque una preoccupazione di tipo quantitativo), ma anche perché contraddittorio sul piano dell’integrazione: sintomo di mancata integrazione relazionale e associato a pratiche pericolose ed esotiche – quali il matrimonio combinato o forzato – incompatibili con gli orientamenti culturali vigenti. Il fatto che i matrimoni combinati o forzati siano spesso confusi (rispetto alla definizione del grado di coercizione che di volta in volta li caratterizza) nel discorso (e nell’azione) pubblica, ha fatto sì che il tema dei “matrimoni etnici” diventasse un tema di crescente controllo in diversi paesi dell’Unione: così, le politiche migratorie diventano il principale strumento di lotta contro i matrimoni forzati o combinati[4]. Di nuovo, emerge il genere come istanza intorno a cui si gioca il dilemma multiculturale: la lotta conto i matrimoni forzati si legittima infatti in termini di protezione ed emancipazione di giovani donne vittime del controllo patriarcale.

I matrimoni binazionali che coinvolgono coniugi provenienti dall’estero e cittadini dei paesi membri sono a loro volta significativamente aumentati nel tempo, come effetto di processi di globalizzazione che coinvolgono in misura crescente carriere scolastiche e professionali, del turismo e dello sviluppo di agenzie di intermediazione che contribuiscono a creare un vero e proprio mercato matrimoniale globale. Di nuovo, il genere caratterizza questi matrimoni che coinvolgono donne “ordinate per posta” spesso inquadrate in una prospettiva di trafficking. Al contempo, i matrimoni binazionali sono spesso sospettati di frode, tanto più nel caso in cui i migranti sono uomini, le cui relazioni con donne native tendono ad essere più frequentemente interpretate come migrazioni da lavoro mascherate.

Conclusioni

I risultati del progetto comparato europeo da cui abbiamo tratto queste riflessioni[5] mostrano come la capacità da parte dei migranti di ricostituire le proprie famiglie all’estero e di riprodursi a livello transnazionale sia sempre più stratificata: in questo senso, le politiche di ricongiungimento debbono essere viste in relazione alla proliferazione, frammentazione e polarizzazione degli status che vengono attribuiti ai migranti e a quel coacervo di diritti loro garantiti (in termini di ammissione, lavoro, continuità della residenza, diritti sociali, protezione dall’espulsione e così via). Le condizioni di natura economica imposte ai fini del ricongiungimento, la definizione restrittiva dei legami familiari considerati ammissibili e la concretezza delle pratiche burocratiche necessarie all’attivazione della procedura rendono il godimento di questo diritto estremamente ineguale. Nell’elaborare le condizioni che permettono ai migranti di ricongiungersi ai propri familiari andrebbe posta una maggiore attenzione alla diversa posizione sociale di coloro i quali ne fanno richiesta: in particolare, il requisito delle risorse ha diverse ricadute per donne e uomini, in modo particolare quando queste hanno bimbi piccoli al paese.

L’articolo è tratto dalla pubblicazione: Bonizzoni P., Kraler A., 2010, Gender, civic stratification and the right to family life: problematising immigrants’ integration in the EU, in International Review of Sociology, vol. 20, n° 1.


[1] Anche se un numero crescente di stati membri ha offerto al possibilità di ricongiungere anche partner non sposati coinvolti in un’unione stabile, così come coppie dello stesso sesso, la relazione matrimoniale rimane la definizione più comunemente accettata di relazione legittima. Per figli si intendono in genere i figli biologici, quelli adottati e i figli del partner ma in alcuni paesi questi non possono essere ricongiunti se hanno più di 15 anni (Danimarca) o 16 (Germania). Se lo sponsor è un cittadino europeo che gode dei diritti di mobilità però, i familiari legittimi sono più ampi, includendo anche gli ascendenti e I figli diventano ricongiungibili sino ai 21 anni.

[2] Che parla di stratificazione civica come di quella gerarchia di diritti stratificati che derivano da processi di inclusione ed esclusione frutto delle politiche migratorie (Morris, 2002).

[3] Vedi ad esempio Paola Bonizzoni “Famiglie Globali. Le frontiere della maternità”, Utet, 2009.

[4] Ad esempio l’età al matrimonio per sponsor e coniuge è stata elevata in Danimarca, Germania,  Olanda e Regno Unito dietro il fine dichiarato di proteggere le ragazze da matrimoni forzati. Di fatto, questo ha permesso di ridurre significativamente la quota di ingressi per ragioni familiari.

[5] I risultati del progetto comparato “Civic Stratification, Gender, and Family Migration Policies in Europe” possono essere consultati sul sito http://research.icmpd.org/

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