Panorami dell'immigrazione contemporanea

Imprenditori stranieri: protagonisti dell’economia

“FestivaldelleCittàImprese, anche i cittadini stranieri protagonisti”, (http://immigrationflows.net/immigrationflows-al-pop-up-hub-di-rovereto/) questo è il titolo del dibattito che ImmigrationFlows ha organizzato lo scorso 24 aprile a Rovereto (Trento). L’evento si è inserito all’interno di un festival che voleva riflettere sulle prospettive di sviluppo socio-economico dell’area del nord-est Italia. Fin dal primo momento ci è sembrato il contesto adatto per proporre una riflessione sul ruolo che l’imprenditoria migrante ricopre nell’economia italiana.

Il rapporto 2010 di Unioncamere, pubblicato durante il mese di maggio, evidenzia, malgrado la crisi, un’elevata vitalità imprenditoriale diffusa fra i cittadini migranti. Nonostante rispetto al 2008 si sia registrato un rallentamento delle iscrizioni e un incremento delle cessazioni, nel 2009 sono state oltre 37mila le imprese individuali aperte in Italia da cittadini stranieri extracomunitari, portando così a circa 250mila il numero totale delle imprese con titolare nato fuori dai confini dell’Unione Europea (oltre il 7% sul totale delle aziende). I settori del commercio e delle costruzioni assorbono da soli circa il 70% dell’imprenditoria straniera, mentre le nazionalità maggiormente rappresentate sono quelle cinese, marocchina ed albanese. La Lombardia si conferma essere la regione con il maggior numero di imprenditori extracomunitari (circa 46mila imprese), mentre tra le province spicca quella di Prato, dove le aziende straniere rappresentano il 32% del totale delle imprese.

Questo dinamismo imprenditoriale rappresenta chiaramente una volontà di promozione sociale e di miglioramento della condizione lavorativa da parte dei cittadini stranieri, imbrigliati in un mercato del lavoro che offre loro prevalentemente posizioni marginali e mansioni manuali o poco specializzate. Risulta, infatti, più facile per i lavoratori stranieri migliorare la propria posizione economico-lavorativa mettendosi in proprio, piuttosto che attraverso il lavoro dipendente, dove si possono riscontrare vari ostacoli legati, ad esempio, alla complessità del riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero e delle competenze professionali pregresse o ad una scarsa conoscenza della lingua italiana.

Gli studi prodotti in questo settore offrono diverse letture del fenomeno, alcuni autori, come Ivan Light, vedono nel passaggio al mercato del lavoro indipendente la volontà di superare una situazione di svantaggio sociale e una reale possibilità di riscatto. I lavoratori stranieri, posti di fronte ad una situazione di mobilità bloccata, sembrano riuscire a trovare delle opportunità di promozione alternative, offrendo delle risposte alle trasformazioni delle economie locali e mettendo in atto delle strategie individuali di cambiamento.

Altri studiosi, invece, come Emilio Reyneri, ritengono che quest’imprenditoria non sia un sintomo di successo economico e sociale, ma un’ulteriore espressione della precarizzazione degli immigrati nel mercato del lavoro, dato che queste attività imprenditoriali sarebbero confinate per lo più in settori marginali, caratterizzati da bassi salari e alto grado di rischio, come quello dell’edilizia o del mercato ambulante. Inoltre si sottolinea come la scelta di mettersi in proprio possa essere in realtà una scelta forzata, vista come l’unica possibilità per superare gli ostacoli del mercato del lavoro o come risposta a processi di ristrutturazione aziendale, che porta all’insorgere delle cosiddette “paraimprese”, che prevedono il mascheramento di un lavoro dipendente dietro l’apertura di partita IVA.

Entrambe queste letture possono essere considerate in qualche modo valide.

La visione positiva del fenomeno trova conferma nei dati sul basso tasso di cessazione delle imprese, nonostante la crisi, e sugli effetti positivi per il tessuto socioeconomico in generale.

Non si può inoltre dimenticare che lo stesso contesto economico lavorativo italiano è caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese e come il ricorso al lavoro autonomo abbia rappresentato anche per molti italiani un canale di mobilità lavorativa. Allo stesso modo per molti immigrati esso rappresenta oggi lo sbocco principale per migliorare della propria condizione occupazionale.

D’altro canto le imprese aperte da cittadini stranieri sono per lo più concentrate in settori abbandonati dagli operatori italiani, mentre in alcune attività più regolamentate e redditizie la presenza di stranieri è più limitata . Così, ad esempio, si riscontra una buona presenza di stranieri nel settore dei piccoli trasporti, mentre in quello dei taxi, che nel nostro paese è fortemente regolamentato, la loro presenza è quasi nulla.

La scelta del settore di attività da parte degli imprenditori immigrati è generalmente collegata alle precedenti esperienze lavorative, quasi sempre di lavoro dipendente, in altri casi invece è il risultato di una precisa idea imprenditoriale, legata ad esempio all’emergere delle domande di servizi da parte della popolazione immigrata stessa.

Nella maggioranza dei casi l’avvio dell’impresa è il risultato di un processo lungo e non improvvisato, corrispondente ad un’anzianità migratoria, ad una conoscenza del territorio e del mercato del lavoro.

Un’indagine condotta nel 2003 sull’imprenditoria migrante in Lombardia ha messo in evidenza quattro percorsi principali di accesso al lavoro autonomo da parte di cittadini stranieri. Il primo legato all’esperienza on the job acquisita nel medesimo settore tramite il lavoro dipendente, il secondo imperniato sullo sfruttamento delle risorse personali (come il livello di istruzione e l’appoggio della famiglia d’origine), il terzo legato al tentativo di evitare i rischi di marginalizzazione e per sfuggire alla trappola del lavoro nero (con la creazione di paraimprese), infine il quarto come risposta ai mutamenti della società (ad esempio il cambiamento dei gusti e delle domande dei consumatori o l’emergere delle domande di servizi da parte della popolazione immigrata).

Questi quattro percorsi non si escludono fra loro, ma possono anche coesistere nelle storie dei singoli imprenditori.

Un ulteriore fattore che può influenzare i percorsi di imprenditorialità migrante è quello delle reti etniche. Mentre nel caso dell’arrivo e del lavoro dipendente, esse ricoprono un ruolo fondamentale, nel caso dell’imprenditoria sembra emergere una relazione più problematica ed ambivalente. Entrano infatti in gioco altri fattori rilevanti come le strategie individuali, la conoscenza del mercato locale e di cittadini italiani, il lavoro dipendente svolto, le opportunità offerte dal mercato.

La rete sociale e le risorse informali fornite dal gruppo di appartenenza tendono ad entrare in gioco specialmente quando l’attività si avvia a consolidamento o ad ampliamento, come ad esempio nel caso di assunzione di dipendenti, che nella maggioranza dei casi vengono reclutati tra i membri del proprio gruppo nazionale. Inoltre la rete etnica subentra quando vengono a mancare alcune risorse imprenditoriali classiche come ad esempio i capitali da investire. Dall’ultimo rapporto “Finanza e comportamenti imprenditoriali nell’Italia multietnica”, realizzato da Unioncamere nel novembre 2009, è emerso che Oltre un quarto delle imprese gestite da immigrati non ha mai avuto relazioni con le banche, nemmeno attraverso l’apertura di un conto corrente; da un’indagine diretta su un campione di queste imprese, emerge che meno di un quinto richiede prestiti al sistema creditizio, preferendo l’autofinanziamento o il sostegno di amici e parenti; cinesi ed africane le comunità che meno si rivolgono agli istituti di credito.” Questi dati mettono in luce il rischio di isolamento ed emarginazione  degli  imprenditori stranieri, infatti se da un lato le risorse informali fornite dal gruppo di appartenenza risultano spesso fondamentali per garantire lo sviluppo e la competitività, dall’altro emerge il rischio dell’insorgere di rapporti di eccessiva dipendenza e controllo all’interno delle singole comunità.

FONTI:

Ambrosini M. e Boccagni P. (a cura di), PROTAGONISTI INATTESI Lavoro autonomo e piccole imprese tra i lavoratori stranieri in Trentino, Provincia Autonoma di Trento, 2004

AA.VV., I servizi agli immigrati del sistema Confartigianato Imprese: alcune esperienze del territorio, Roma, Confartigianato Imprese, 2008

Centro Studi Unioncamere (a cura di), Rapporto Unioncamere 2010. L’economia reale dal punto di osservazione delle Camere di commercio, Unioncamere, 2010

Chiesi A. e Zucchetti E. (a cura di), Immigrati imprenditori. Il contributo degli extracomunitari allo sviluppo della piccola impresa in Lombardia, Milano, Egea, 2003

Reyneri E., Minardi E. e Scidà G. (a cura di), Immigrati e lavoro in Italia, Milano, FrancoAngeli, 1997

Sint (a cura di), caratteristiche ed esigenze degli immigrati imprenditori iscritti alla cciaa di Torino, Torino, CCIAA, 2008

Unioncamere, Nomisma e Crif (a cura di), Finanza e comportamenti imprenditoriali nell’Italia multietnica, 2009

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