Panorami dell'immigrazione contemporanea

On the Road. Prima Parte

Non ci sono solo i braccianti neri di Rosarno, il popolo dei casolari e delle bidonville nel Sud agricolo, dove l’intreccio tra arcaico e postmoderno raggiunge livelli inaccettabili. Il grave sfruttamento lavorativo lambisce sempre più marcatamente il lavoro migrante anche altrove. In altre regioni, in altri settori. In tutta Italia, come denuncia l’associazione On the Road (una delle organizzazioni del Cnca, il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) che tra Marche, Abruzzo e Molise ha seguito i casi di 37 uomini e 4 donne cui è stata concessa la protezione sociale garantita dall’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione.

Oggi, come segnalato anche dal capo della squadra mobile di Roma Vittorio Rizzi, i programmi di protezione sociale che hanno permesso di liberare migliaia di vittime di tratta a fine sessuale o lavorativa, sono in vertiginoso calo. Eppure storie come quelle intercettate ogni giorni da decine di associazioni simili a On the Road suggeriscono che quei programmi andrebbero capillarmente estesi. Includendo, appunto, una vasta gamma di casi che vanno dall’ipersfruttamento delle braccia alla riduzione in schiavitù vera e propria. In genere queste storie rimangono anonime, raramente si vengono a sapere e ancora più raramente finiscono sulle pagine dei giornali. In genere se ne occupano solo pochi cronisti locali: alcune, ad esempio, sono state raccontate brevemente solo sul quotidiano abruzzese “il Centro”.

Per capire di cosa stiamo parlando, ne raccontiamo una accaduta a Carsoli, un paesino in provincia di L’Aquila. Nell’aprile del 2007 Ahmad e altri 15 operai indiani iniziano a lavorare presso una ditta di gessi e stucchi. Vengono dalle province di Calcutta, Kanpur e da altre regioni dell’India. Non conoscono una sola parola d’italiano. Dell’Italia sanno poco; anzi, per loro è un luogo mitico, sperduto nell’altra parte del globo, nella vecchia Europa.

Ahmad, che ha 25 anni e per tutta la vita ha fatto il contadino, è stato contattato nel suo villaggio da un intermediario che che gli ha promesso un lavoro da mille euro al mese in Europa. Così, fa una colletta tra i conoscenti, ipoteca il terreno della sua famiglia e dà al “caporale” 6.000 euro per coprire le spese del viaggio, il rilascio del visto e la ricerca del “posto di lavoro”.

Formalmente tutti e 16 vengono assunti come lavoratori distaccati da un ditta con sede a Dubai, che si scoprirà essere intestata a un parente del loro datore di lavoro. Ma nel paese arabo non metteranno mai piede. Ahmad e gli altri 15 sono portati direttamente a Carsoli dall’intermediario, e lì le condizioni di lavoro sono lontane anni-luce da quelle promesse prima del viaggio.

Sono costretti a lavorare 10 ore al giorno, compresi il sabato e quasi sempre anche la domenica, costantemente sotto la sorveglianza del loro intermediario, che diventa il loro “caposquadra” e di un altro caporale rumeno che si aggiunge al loro controllo. I contatti con i pochi italiani che lavorano nella stessa azienda sono praticamente ridotti a zero. Sulla porta del “loro” bagno c’è scritto: “Divieto di ingresso per gli indiani”. Per tutto il giorno gli indiani sembrano essere concentrati in un sotto-mondo lavorativo. Sotto-mondo che si protrae anche oltre l’orario di lavoro. Vivono tutti in due stanze, all’interno della stessa fabbrica – 13 nella più grande, 3 nella più piccola – e non hanno diritto alle chiavi dal cancello esterno. Possono uscire dal ghetto-fabbrica-dormitorio solo la domenica pomeriggio, e di norma sotto la sorveglianza del caposquadra. Non possono fare la spesa: ogni due settimane è il padrone a rifornirli di riso e lenticchie, quando vanno a male sono costretti a mangiare il cibo avariato. Quando uno di loro si sente male, non viene portato in ospedale. Viene lasciato in camera per giorni e giorni, fino a quando il caporale, per evitare che la situazione si aggravi, va in farmacia a prendere qualche medicina. In tali condizioni, i mille euro al mese restano un miraggio. Ahmad e gli altri percepiscono meno che briciole. 30 euro a testa per il mese di aprile, 97 a maggio, 150 a luglio… Fino a quando è possibile pazientare?

Gli indiani di Carsoli non hanno mai subito violenze, non sono mai stati pestati, perché questo in fondo non serviva per mantenere l’ordine. Bastavano le minacce di essere rimpatriati. Vivevano nel costante terrore di essere rispediti indietro, al minimo cenno del padrone. Difatti, come monito per tutti, i cinque tra loro che si sono fatti coraggio e hanno protestato sono stati immediatamente rimandati in India.

Sono stati presi e chiusi in una stanza. Poi sono arrivati due uomini non meglio identificati a bordo di una macchina, incaricati di portarli in aeroporto. I cinque piangevano, o almeno così ricordano gli indiani che sono rimasti. Imploravano i due ceffi di non portarli via, perché avevano bisogno di guadagnare per pagare i debiti che avevano contratto in India, per ridare indietro a parenti e conoscenti, fino all’ultimo centesimo, quei soldi che avevano permesso loro di partire per l’Italia… Ma i due li hanno minacciati, dicendo che era meglio per loro se li seguivano. Quando sono tornati, avrebbe poi ricordato uno degli indiani rimasti, “ci hanno detto di stare attenti, altrimenti avremmo fatto la stessa fine.”

Ahmad è l’unico che conosce l’inglese. Così un giorno trova il coraggio di scrivere una lettera di denuncia e di farla recapitare a un sindacalista della Cisl che ha conosciuto casualmente. Il sindacato avvisa la polizia che a sua volta chiama On the Road. Gli operatori dell’associazione riescono finalmente a incontrare gli indiani una domenica pomeriggio, eludendo la sorveglianza dei loro controllori. Ad andarci sono i legali Michela Manente e Guido Talarico, la mediatrice Edlira Kadiu e Laura Pistoni. L’assemblea improvvisata che ne viene fuori rompe il muro di cristallo. Gli indiani parlano, ripetono a voce quello che hanno subito. Così parte la denuncia, e il loro incubo finisce.

A due anni di distanza, dopo aver usufruito del programma di protezione, ora lavorano tutti al Nord regolarmente. Più accidentata è stata invece la via giudiziaria. La Procura antimafia di L’Aquila non ha ravvisato nelle denunce degli indiani il reato di riduzione in schiavitù, assegnando il fascicolo alla Procura di Avezzano che ha invece individuato i possibili reati di falso ideologico, violenza privata ed estorsione. Il 2 dicembre del 2008 c’è stato l’incidente probatorio, ma a oltre un anno di distanza non c’è ancora ombra del rinvio a giudizio. Di casi come questi gli operatori di On the Road ne intercettano parecchi: egiziani, cinesi, rumeni, marocchini, pakistani. Questi ultimi, i pakistani, sono stati addirittura ridotti in una condizione prossima alla schiavitù all’interno di una fabbrica di fisarmoniche! Il punto è sempre lo stesso: se da una parte, con il nuovo governo, sembrano restringersi le possibilità di accedere alla protezione sociale, dall’altra manca ancora una legge che definisca il reato di grave sfruttamento lavorativo. Così, tutte quelle volte in cui, come per gli indiani, la Dda decide di non interpretare in maniera estensiva la riduzione in schiavitù, e quella particolare “soggezione continuativa” di cui parla il nostro codice penale, i processi rischiano di sgonfiarsi.

Dice Michela Manente, a proposito dell’incidente probatorio del dicembre del 2008, che si è concluso solo a tarda sera: “Mi ricordo che, quando sono venuti a testimoniare in tribunale, gli indiani erano tutti spaventati. Addirittura, per quanto erano emozionati, si erano scritti sulla mano le cifre relative ai pochi euro che avevano preso in un mese: roba di 30 euro, 90 euro, 130 euro… Appena li ha visti, il legale della ditta si è opposto. Per lui non dovevano leggere. Allora è stato il giudice, che ha capito la situazione, ad autorizzare gli indiani a leggere sulle mani.”

La ditta è difesa da un importante studio legale di Roma. Il datore di lavoro è convinto di rimanere illeso da ciò che considera uno spiacevole incidente di percorso.  Apparentemente è tutto in regola, le assunzioni sono state fatte… La tesi difensiva, sostenuta dai legali dell’azienda, è che gli indiani mentono. Sono stati assunti con un contratto “regolare”: i pochi euro che hanno ricevuto erano solo degli acconti, perché sarebbero stati retribuiti in un secondo momento dall’azienda di Dubai da cui erano formalmente assunti. Peccato che il secondo momento non sia mai arrivato…

“Noi abbiamo anche avviato un’azione di risarcimento civile”, continua l’avvocato Manente, “e a marzo c’è la prima udienza a Roma. Credo che questa azione sia molto importante, perché il ricorso penale (se la finalità deve essere il carcere) non funziona per le aziende, per i datori di lavoro.  I processi civili a mio avviso sono più efficaci, perché oltre a ristabilire la verità di un rapporto di lavoro, danno un risarcimento reale.” Colpire i patrimoni, per molti datori, è un effettivo deterrente, molto più di una denuncia penale che si perde nei meandri dei tribunali. “Nel caso di un altro indiano”, continua,  “abbiamo fatto solo l’azione civile. Quando siamo entrati davanti al giudice, il datore ha sostenuto di non conoscerlo, di non sapere chi fosse, e l’indiano si stava mettendo a piangere. Ma poi, dopo, lo ha ‘riconosciuto’, e alla nostra prima richiesta ha fatto una controproposta di risarcimento per 5.000 euro.”

Alessandro Leogrande è autore del libro “Uomini e Caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud”. Ed. Mondadori, 2008.

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