Panorami dell'immigrazione contemporanea

Da Cerignola a Rosarno

IF, dopo aver ospitato un suo reportage, presenta un’intervista con Alessandro Leogrande.  L’intervista è stata raccolta da Gianfranco Zucca nel mese di giugno.

Nel tuo lavoro ti sei confrontato varie volte con il tema dell’immigrazione. Che Italia viene fuori osservando questo fenomeno?

Al pari degli altri paesi europei, l’Italia è un paese multi-etnico e multi-culturale, e lo diventerà sempre più. Ma a questa sua trasformazione, fisiologica quanto epocale, non fa seguito un adeguamento del nostro apparato legislativo, delle forme di integrazione e dell’accoglienza, e anche di quella che si è soliti chiamare “costituzione materiale”. Anzi, non solo non c’è stato un adeguamento, c’è stata addirittura una regressione, largamente riscontrabile, sancita da una serie di norme e provvedimenti (il più delle volte a carattere locale, non solo nazionale) che introducono forme di segregazione. Segregazione che riguarda molti cittadini stranieri (comunitari e non-comunitari) e che diventa insostenibile per i “clandestini” (cioè per coloro i quali non hanno un contratto di lavoro regolare, e benché siano sfruttati, dal lavoro nero a casi che rasentano lo schiavismo, sono considerati “criminali”). Credo che in tutto questo la Bossi-Fini (firmata da Bossi, e tuttora – a quanto mi risulta – non rinnegata da Fini) abbia costituito il punto di non-ritorno. Per quanto si sia impiantata sulla precedente Turco-Napolitano, ha determinato una forte accelerazione della nostra regressione, di cui il pacchetto sicurezza è al momento solo l’ultimo atto. Ma, ripeto, se uno spulcia tanti provvedimenti amministrativi locali, in Veneto come nel Lazio, come in Sicilia, scopre come un humus cultural-politico molto simile abbia prodotto, e continui a produrre, condizioni ancora peggiori. Mi piacerebbe dire che c’è un paese reale migliore dei suoi rappresentanti istituzionali. Ma purtroppo non è così. Nella stragrande maggioranza dei casi, la Lega oggi vince perché c’è un paese reale che in essa si riconosce.

Leggendo i tuoi lavori spicca una grande attenzione a come i ritardi tradizionali del meridione interagiscono con un fenomeno come quello dell’immigrazione. Ritieni necessario uno sguardo meridionalista anche sul tema dell’immigrazione?

Se parliamo di caporalato, questo non è un prodotto della globalizzazione, né tanto meno dell’immigrazione. È il risultato moderno di un’onda lunga, che viene da molto lontano. È come se i rapporti sociali e di lavoro, nelle nostre campagne meridionali, fossero rimasti bloccati a ottanta, cento anni fa. Detto in termini brutali: si pretende di rimanere sul mercato contraendo fino all’inverosimile il costo del lavoro agricolo. La relazione padrone-caporale-bracciante è la medesima che in passato, ma si è globalizzata. Ai caporali e ai cafoni pugliesi o siciliani  si sono sostituiti cafoni stranieri, africani o europei dell’est. I caporali sono ora italiani ora stranieri, mentre i datori di lavoro invece sono sempre italiani. Ora, è ovvio che per capire tutto questo non si può prescindere dalla storia agricola (e non solo agricola) del Mezzogiorno, dall’analisi dei suoi ritardi e delle sue disfunzioni, e da come questi si intrecciano con la post-modernità. E quindi anche con la globalizzazione e l’immigrazione. C’è un sottile filo rosso che lega le condizioni insostenibili dei braccianti di Di Vittorio alle condizioni dei braccianti di oggi. C’è un sottile filo rosso che lega la violenza dell’uomo sull’uomo di ieri (violenza interna a relazioni di lavoro degenerate) con la violenza dell’uomo sull’uomo di oggi. Tuttavia, se guardo a Rosarno o a Orta Nova, mi pare di assistere a un fenomeno del tutto nuovo: lo schiavismo abbrutisce sia lo schiavo che colui che lo schiavizza, e ben presto abbrutisce un’intera realtà agricola che su essa si fonda, accrescendo il razzismo, rendendolo normale e funzionale alla relazioni di lavoro.

Da dove viene l’idea di affrontare un tema come quello del caporalato?

Ho deciso di affrontare il tema del caporalato semplicemente perché esiste, e perché sono venuto a conoscenza di un’enorme quantità di storie non raccontate. Storie di violenza sui braccianti, di miseria, di iper-sfruttamento, di vera e propria schiavitù. Non raccontarle avrebbe voluto dire volgere lo sguardo da un’altra parte. In secondo luogo, andava raccontata la più grande mutazione antropologica del Sud degli ultimi 15-20 anni. Questa mutazione non ha riguardato la città, ma la campagna. Non i grandi centri, ma le borgate agricole: sono queste la prima frontiera della globalizzazione del nostro Sud.

Cosa si distingue il caporalato contemporaneo da quello tradizionale?

Un tempo proprietario terriero, caporale e bracciante condividevano la stessa lingua, lo stesso paese, lo stesso santo patrono. Anche in presenza del più cruento dei conflitti sociali, c’era sempre un comune orizzonte culturale, che permetteva l’accendersi del confronto (o, in alcuni casi, della lotta). Oggi lo straniero che abita nelle borgate agricole di Cerignola o di Rosarno è – dal punto di vista linguistico, culturale, istituzionale e ovviamente sociale – lontano mille chilometri dal centro del paese. Quella triangolazione proprietario-caporale-bracciante si è internazionalizzata. Si è de-territorializzata. Alla maggiore debolezza del bracciante, che deriva dal fatto di “venire da fuori”, e che viene accresciuta quando è stagionale e non stanziale, si aggiunge un ulteriore motivo di vulnerabilità: le leggi contro l’immigrazione, l’assenza di leggi contro gli sfruttatori. Oggi, il 95% dei raccoglitori di pomodori sono stranieri. Che siano “regolari” o “irregolari”, schiavizzati o “semplicemente” impiegati a nero, non hanno diritto di voto. Dal punto di vista delle relazioni sociali e civili, siamo in presenza di un esercito di nuovi lavoratori privi del diritto di voto. Proprio come nell’Italia di Giolitti…

Ritieni possibile predisporre una strategia per contrastare le forme più gravi di sfruttamento?

Ritengo che sia un’operazione molto complessa, ma che sia possibile. Innanzitutto in Italia ancora non esiste (e deve essere promulgata al più presto) una legge che definisca il reato di caporalato e di grave sfruttamento lavorativo. Potrà sembrare assurdo, ma una un legge del genere ancora non c’è. Allo stato attuale, i caporali e i datori di lavoro che di essi si servono sono sostanzialmente inattaccabili. In casi estremi, la magistratura può ricorrere al reato di riduzione in schiavitù, ma è molto difficile da provare in sede processuale. Ad esempio, i caporali arrestati a Rosarno sono accusati non di riduzione in schiavitù né di caporalato ma semplicemente di impiego di manodopera clandestina. Se invece degli africani, avessero sfruttato nello stesso identico modo dei rumeni (cosa che peraltro accade in tutto il Mezzogiorno), non sarebbero stati accusati di niente.

Quindi da una parte abbiamo bisogno di una nuova legge sul caporalato, che punisca severamente i caporali e i datori che se ne servono. Dall’altra è opportuno che le procure interpretino in maniera più estensiva il reato di riduzione in schiavitù (applicandolo a tutti i casi di schiavitù moderna nel mondo del lavoro: il codice penale parla espressamente di “soggezione continuativa”, anche dal punto di vista psicologico, non di uomini e donne condotti in catene…). Unito a questo, non bisogna sottovalutare un’altra questione: è opportuno proteggere i braccianti che denunciano i loro sfruttatori. Dando loro assistenza e protezione, come previsto dall’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione, e soprattutto dando loro un permesso di soggiorno quando non ce l’hanno. Allo stato attuale, se un immigrato irregolare denuncia il proprio caporale, finisce in un CIE.



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Un Commento a “ Da Cerignola a Rosarno ”

  1. giorgio scrive:

    Ho bisogno di contattare Leogrande per un suo intervento a Gioia del Colle presso la Scuola media Carano per il progetto dulla legalità. Vi prego: fornitemi un contatto perchè ho smarrito il suo indirizzo e-mail.
    grazie

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