A Palazzo
Periferia sud est di Roma, la terra arida delle nuove costruzioni grigiastre, degli uffici in vetro, dei centri commerciali. Tra gli stradoni che brillano d’asfalto fresco, le continue rotatorie illuminate a led e gli escavatori, c’è un piccolo chiosco bar gestito da due signore italiane e popolato quasi unicamente da africani.
Il chiosco è la piazza, il punto di aggregazione degli unici veri abitanti di questo deserto in costruzione. Sono circa 500 ed autogestiscono un palazzo di nove piani, ex struttura universitaria in disuso occupata nel 2006, provengono da Eritrea, Etiopia, Sudan e Somalia. A governare è un Comitato, una sorta di parlamento interno composto da tre rappresentanti per ciascun gruppo rieletti ogni sei mesi, in modo da evitare l’accumulo di potere, la dominanza di un’etnia sull’altra o del singolo sul gruppo.
Un piccolo Stato di nove piani in cui tutto cerca di essere rigorosamente organizzato. Le vecchie aule universitarie sono state trasformate in appartamenti per famiglie o stanze per single, c’è uno spaccio per i beni alimentari di prima necessità, una zona comune con un bar, una sala biliardo ed una sorta di cinema. Spazi arrangiati ma che conferiscono al luogo una colorazione accogliente, elementi semplici che rendono il Palazzo una casa sicura per i molti sfuggiti a situazioni drammatiche e per i troppi che quotidianamente continuano a vivere nel nostro Paese tra le difficoltà. Nonostante tutto, a Palazzo si è riuscito ad instaurare il giusto grado di armonia, d’intimità, di Normalità.
Gosh, I wish I would have had that inormfation earlier!