Panorami dell'immigrazione contemporanea

SGOMBERI SILENZIOSI

In principio fu la Pantanella, nel 1990, poi negli anni ci sono state, fra le altre, Hotel Africa, Bruzzano, Rognetta, Giorgino. Tutte occupazioni di edifici abbandonati nelle città italiane che hanno visto come protagonisti cittadini stranieri, per lo più africani, uomini e donne, singoli o famiglie, sia con regolare permesso di soggiorno che irregolari. Queste esperienze  interessano tutto il territorio nazionale, da nord a sud, isole comprese. Infatti ad inizio anno c’è stato il caso del Giorgino, uno dei rioni marittimi di Cagliari, dove oltre un centinaio di immigrati, per lo più senegalesi vivevano da circa 20 anni in un edificio abbandonato dell’ex fabbrica Edem Sarda. Fra il 10 e il 12 febbraio 2010, il comune di Cagliari ha ordinato lo sgombero dell’edificio per permetterne, date le condizioni fatiscenti e la forte presenza di amianto, la demolizione e la bonifica. L’operazione è avvenuta in relativa tranquillità, terminando addirittura prima del previsto, nonostante le proteste di alcuni degli occupanti e della rete antirazzista cagliaritana. Per alcuni migranti ha prevalso, malgrado la difficile situazione in cui si trovavano a vivere, un senso di nostalgia. Mustafà, uno dei senegalesi sgomberati, ha detto ai giornalisti «Io una casa ce l’ho, ed è questa, voglio poter restare qui». Queste occupazioni infatti, nonostante le precarie condizioni igienico-sanitario e i problemi di sovraffollamento, vengono spesso percepite dagli occupanti come una vera casa, dove le persone imparano a convivere e a condividere gli spazi.

Emblematico fu il caso di Hotel Africa a Roma, sgomberato ad agosto 2004. Si trattava di un complesso di vecchi depositi nell’area della stazione Tiburtina che da anni era diventata la casa di oltre 500 rifugiati e immigrati africani, prevalentemente sudanesi, eritrei, etiopi. Più che una casa, Hotel Africa era diventato un paese. Al suo interno, oltre a tante piccole stanze sui due piani di ballatoi, c’erano due ristoranti, un piccolo spazio per la preghiera, uno per la scuola di italiano e le riunioni, bar, barbiere e lavanderia. Mancavano i servizi primari come l’energia elettrica, a cui si era ovviato con piccoli gruppi elettrogeni, e i servizi igienici erano precari. Non si trattava sicuramente della situazione ideale, a volte anzi contraddittoria e conflittuale, ma si è trattata di un’esperienza di convivenza e costruzione di uno spazio dove le persone hanno potuto trovare non solo un tetto, ma il “sapore” di casa.

Nel caso di Hotel Africa, come per il Giorgino e per molte altre  situazioni, alla fine arriva lo sgombero. Se qualcuno vive questo momento con tristezza e nostalgia, altri sperano che ci sia la possibilità, grazie al supporto delle amministrazioni comunali, di trovare delle soluzioni alloggiative più durature e dignitose. Qualcuno dice di essere arrivato al Giorgino per la difficoltà di trovare casa, spiega che appena le persone sanno di aver a che fare con un senegalese, non vogliono affittare. A Cagliari, per le persone sgomberate sono state trovate alcune soluzioni in appartamenti, anche fuori città, in centri di accoglienza della Caritas o in hotel, infine una parte ha trovato una soluzione autonomamente presso amici. Il Giorgino si inserisce nel quadro drammatico del problema dell’accesso alla casa e del sistema d’accoglienza che colpisce particolarmente le grandi città, ma non solo. Manca una politica coordinata tra le amministrazioni che permetta un controllo sociale del territorio per prevenire queste situazioni di disagio sociale. La realtà delle occupazioni da parte di cittadini stranieri mette in luce una situazione complessa che mescola l’inadeguatezza delle politiche di accoglienza (in particolare per richiedenti asilo e rifugiati) e di integrazione, la crescente diffidenza e discriminazione nei confronti degli stranieri, a cui difficilmente viene affittata casa (come segnalato anche dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), il degrado e la condizione di abbandono di alcune aree delle città. La speranza è che questo ennesimo caso di occupazione e sgombero, permetta di elaborare, oltre a soluzioni d’emergenza, vere politiche e progetti di accoglienza e convivenza nei vari quartieri. Già nel 1990, durante lo sgombero della Pantanella a Roma, i migranti scrissero in una lettera al Consiglio Comunale: “siamo pronti ad andarcene. Ma dove sono le alternative? (…). C’è chi dice che dovremmo andarcene fuori Roma. Non siamo contrari, purché non si tratti di nuovi piccoli ghetti (…). Purché dietro questa proposta non si nasconda il tentativo di rimuovere una contraddizione, nascondendola.”

LIBRI CONSIGLIATI:

Curcio Renato, Shish Mahal, Sensibili alle foglie, 1991

Melliti Mohsen, Pantanella. Canto lungo la strada, Iscos, ed. Lavoro, 1992

Questo articolo è apparso in forma ridotta anche sul settimanale web “SENTIRE”, www.giornalesentire.it

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