Panorami dell'immigrazione contemporanea

Chi ha paura dello Straniero?

Michael Moore, in Fahrenheit 9/11, riprende la nota riflessione di George Orwell esposta in “1984”[1] per mostrare come le politiche che diffondono insicurezza e paura siano uno strumento nelle mani del potere organizzato per legittimarsi e legittimare la propria azione e distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da temi più pressanti e scomodi. In altre parole, attraverso le politiche della paura e dell’insicurezza, le istituzioni di potere hanno la possibilità di rendere legittimo un maggiore controllo sociale. Condivide lo stesso pensiero anche il sociologo nordamericano Barry Glassner secondo il quale la “cultura della paura” serve a tutelare, negli Stati Uniti, i privilegi delle élite politiche, economiche, culturali e militari al potere. Di riflesso i veri disagi sociali (povertà, disoccupazione, marginalità culturale) rimarrebbero occultati, mentre i dati sui pericoli, spesso ‘irreali’, verrebbero ingranditi per seminare paura e imporre ubbidienza.

Vari sono gli esempi che potremmo citare, a livello europeo, circa l’utilizzo della politica della diffidenza nei confronti dell’immigrato. Non ultime, infatti, la proposta di esponenti tedeschi di Cdu e Csu che prevede un test d’intelligenza come requisito d’ingresso per gli immigrati; il provvedimento proposto da Sarkozy in base al quale potrà essere ritirata la cittadinanza francese a chi, di origine straniera, commettesse reati ed infine i noti provvedimenti amministrativi emessi da alcuni comuni lombardi guidati dalla Lega Nord a danno dei cittadini immigrati e dati a conoscere grazie ad un programma televisivo, ritenuti sia dal Tar che dai Tribunali competenti, illegittimi e discriminatori.

Spesso gli immigrati rappresentano un facile capro espiatorio. E serve poco opporre qualche argomento razionale per cercare di delimitare questo senso comune ormai diffuso a livello nazionale, come affermare che quest’orda è composta in realtà da una maggioranza di lavoratori stranieri di cui tutti, ormai, dovrebbero riconoscere l’insostituibilità per lo sviluppo dell’intero paese; o ancora che, dati alla mano del Ministero dell’Interno, non è vero che i cittadini stranieri regolari delinquono più dei cittadini italiani.

L’idea che l’immigrazione sia la causa principale delle minacce alla sicurezza dei cittadini è ormai da tempo conosciuta. Quello che dovrebbe metterci in allerta è però l’impatto che questa campagna mediatica contro gli immigrati, clandestini o regolari che siano, ha sulla cittadinanza.

Pare, quindi, che per la classe dirigente l’importante sia instaurare una politica della sfiducia, una giustapposizione generalizzante noi/loro che quando viene promossa dalle strategie della paura e dell’insicurezza produce effetti tristemente noti quali intolleranza, pregiudizio e forme inconsapevoli di razzismo e che spingono la popolazione a sentirsi legittimata ad intraprendere la sua personale “crociata” contro gli usurpatori, gli invasori e gli intrusi.

Questo atteggiamento é stato rilevato anche dall’Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu, Navi Pillay, che lo scorso ottobre ha ricordato all’Italia che “è responsabilità delle pubbliche autorità far sì che gli immigrati non siano attaccati e vilipesi”. In particolare, la dirigente sudafricana nel corso di un’audizione alla Commissione Diritti Umani al Senato, ha sottolineato come i diritti umani “ne risentono” quando vengono impiegati i militari a pattugliare le città o vengono istituite le ronde. Navi Pillay ha anche invitato i politici ad assicurarsi che i “migranti non siano discriminati, denigrati e attaccati”.

E i mezzi di comunicazione che ruolo giocano nella creazione di sentimenti di accettazione o di insicurezza nei confronti degli immigrati? Una ricerca condotta da Cospe[2] (Cooperazione e Sviluppo Paesi Emergenti) sembra rispondere a questa domanda ed al contempo ci offre qualche spunto per comprendere la dimensione del fenomeno della discriminazione. Per un periodo di poco più di un mese sono state monitorate le notizie relative a episodi di discriminazione comparse su varie testate nazionali e locali, diversi siti web ed agenzie stampa. Un dato che colpisce è che in 11 casi su 48 a discriminare gli immigrati sono le istituzioni, cioè amministrazioni comunali che attraverso circolari e disposizioni ad hoc attuano la negazione di alcuni diritti, come la residenza e di benefici, come il bonus bebè. Lo studio ha anche preso in esame il linguaggio utilizzato per descrivere gli episodi. Da qui si è notata una tendenza ad enfatizzare il grado di integrazione, la nazionalità e la provenienza delle vittime di origine straniera, mentre le stesse scelte terminologiche solo in un 8% dei casi analizzati riguardano l’aggressore italiano.

E l’opinione pubblica come risponde a queste informazioni? Qual è la sensazione che percepisce rispetto a questa tematica? Il secondo rapporto “Transatlantic Trends: Immigration 2009”, nato da un progetto congiunto del German Marshall Fund of the United States (GMF), della Lynde and Harry Bradley Foundation (USA), della Compagnia di San Paolo e del Barrow Cadbury Trust (UK), che analizza la percezione del fenomeno “immigrazione” tra i cittadini di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Olanda e Spagna, mette in luce la loro percezione incoerente, distorta e disinformata e ne evidenzia la “paura” dello straniero irregolare.

Il sentimento d’allarmismo pare abbia avuto effetto. L’81% si dice preoccupato dell’immigrazione clandestina e alla domanda se con la clandestinità aumenti anche la criminalità, il 77% risponde di sì, raggiungendo grazie a queste due risposte, le percentuali più alte tra quelle registrate nei Paesi coinvolti nella ricerca. Prevale quindi un senso d’insicurezza e di paura. Ma nonostante i respingimenti, la norme sulla delazione, il rafforzamento dei Centri di Permanenza Temporanea e, da ultimo, l’istituzione del reato d’immigrazione clandestina, oltre il 53% degli italiani considera insufficienti le politiche sull’immigrazione mentre appena il 43% le giudica “sufficienti” o “buone”[3].

E a Phoenix, Arizona, sede di violenti scontri per la legge anti-clandestini, Susan Lancaster afferma “Glielo assicuro, non sono razzista. Non ce l’ho con nessuno. Dico solo che non possiamo continuare a lasciare le nostre frontiere aperte. Al giorno d’oggi nel mondo c’é troppa gente che odia gli Stati Uniti. O ci dimentichiamo che gli attacchi contro le torri gemelle sono stati fatti dagli immigrati?”[4].


[1] “In accordance with the principles of double-think it does not matter if the war is not real. For when it is, victory is not possible. The war is not meant to be won, but it is meant to be continuous”.

[2] Analisi monitoraggio Cospe. http://www.naga.it/index.php/monitoraggio.html.

[3] Transatlantic Trends. http://www.gmfus.org/trends/.

[4] “No puede seguir abierta la frontera”, 1 agosto 2010,  http://www.lanacion.com.ar/nota.asp?nota_id=1290275)

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3 Commenti a “ Chi ha paura dello Straniero? ”

  1. [...] Moore, in Fahrenheit 9/11, riprende la nota riflessione di George Orwell esposta in “1984”[1] per mostrare come le politiche che diffondono insicurezza e paura siano uno strumento nelle mani [...]

  2. [...] Moore, in Fahrenheit 9/11, riprende la nota riflessione di George Orwell esposta in “1984”[1] per mostrare come le politiche che diffondono insicurezza e paura siano uno strumento nelle mani [...]
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