Panorami dell'immigrazione contemporanea

Intervista con Stefano Liberti

Dopo aver presentato un suo articolo, IF ha incontrato Stefano Liberti l’autore di A sud di Lampedusa (minimum fax 2010). L’intervista è stata raccolta da Gianfranco Zucca nel settembre 2010.

Immigration Flows: Cose c’è dietro un libro come a Sud di Lampedusa? Come sei arrivato a scriverlo?
Stefano Liberti: dietro il libro ci sono una serie di viaggi, che ho fatto nel corso degli anni, da Nord verso Sud. Prima partendo dalle coste del mediterraneo, poi andando sempre più a Sud, alla ricerca delle origini dei flussi migratori. Ad un certo punto questi viaggi erano diventati un po’ un interesse ossessivo e ho deciso di sistematizzare tutta una serie di riflessioni, di storie che avevo raccolto nel corso del tempo. Il libro mi ha permesso di fermarmi a riflettere su quello che avevo vissuto: negli anni avevo fatto molti viaggi in Africa, sia per il giornale [il manifesto – ndr] sia per alcuni centri di ricerca; si trattava di un interesse professionale che spesso però è tracimato nell’elemento più personale e umano. Incontri persone, ci rimani in contatto, ti cercano, a volte diventi quasi un riferimento privilegiato…

IF: per chi magari non ha letto il libro, che significato ha il tuo lavoro?  Come vorresti che venisse interpretato?
SL: io ho cercato di raccontare l’immigrazione africana e, allo stesso tempo, di rappresentare quello che era stato un mio percorso. Man mano che facevo questi viaggi, il primo nel 2002 forse in Marocco, ho cambiato la mia percezione del fenomeno, ho rivisto anche una serie di convinzioni che avevo. Ho imparato a conoscere. Ho cercato di rendere questo percorso anche con la scrittura. Il libro propone un rovesciamento della percezione e dei luoghi comuni. Ho cercato di rappresentare un fenomeno complesso come l’immigrazione per come l’ho visto io, al di là dei cliché.

IF: quali sono i principali luoghi comuni  sulle migrazioni africane? SL: il primo è sicuramente questa storia degli ultimi della terra, dei disperati. In realtà, la gran parte delle  persone che hanno un percorso migratorio molto articolato e complesso come quello di chi, ad esempio, parte dal Corno d’Africa piuttosto che dall’Africa occidentale per arrivare in Europa è dotata di un certo tipo di risorse. Questi sono viaggi che necessitano, oltre che di soldi, di un bagaglio culturale che ti permetta di superare alcuni ostacoli lungo il percorso. Per cui alla fine non sono affatto gli ultimi che si muovono, ma sono appunto le persone di ceto medio-alto.

IF: le élites?
SL: non proprio… perché chi parte sono le persone che non possono avere i visti. I visti in Africa li ottengono solo le élites per l’appunto. Per cui gli altri partono via terra, perché di fatto al proprio a livello di formazione (spesso universitario) non corrispondono degli sbocchi professionali adeguati. La gran parte delle perone che ho incontrato partiva dalla Costa  d’Avorio piuttosto che dalla Nigeria con l’idea di arrivare in Europa per questo motivo. Ci sono poi quelli che vengono dall’Etiopia o dall’Eritrea che sono posti diversi perché ci sono problemi politici. In entrambi i casi le persone che si imbarcano in questo tipo di avventure sono sempre istruite, con livelli di studio spesso universitari o secondari. Un altro luogo comune è questa visione paternalistico, pietistica per cui i “dannati” sono visti come soggetti passivi del loro viaggio. In realtà, parlando con loro si scopre un altro punto di vista: nel lessico francofono, per dire, i migranti si definiscono avventurieri, partono all’avventura, non dicono di sé di essere gli ultimi della terra. In alcuni casi ho notato che era quasi una sfida. C’è anche da ricordare che nel corso del tempo ho visto anche rafforzarsi le misure di contrasto: ciò ha reso sempre più difficili questi viaggi. Questa era una cosa che i migranti percepivano chiaramente; anche quando erano bloccati, rimpatriati, respinti per un pezzo era quasi come una sfida, una specie di rito iniziatico per loro. Ovviamente la premessa è che i flussi dall’Africa all’Europa rappresentano una parte minima delle migrazioni africane. Quando sono stato in Mali, Niger, Nigeria ero partito con l’idea che chi decideva di emigrare andasse verso l’Europa, invece la stragrande maggioranza – come è logico che sia ma noi non lo immaginiamo neanche perché abbiamo una visione eurocentrica – dal Niger va verso la Libia o dal Mali in Algeria. Ci sono delle migrazioni trans-africane che sono numericamente molto più importanti. Al confronto, i  numeri degli sbarchi a Lampedusa erano trascurabili nel movimento generale e anche rispetto alla quantità di immigrati presenti in Italia.

IF: nel tuo viaggio cosa ti ha più colpito del passaggio dal sud al nord del mondo?
SL: il problema del passaggio è che c’è un mare di mezzo, forse un posto che fa impressione sono le le città spagnole di Ceuta e Melilla in Marocco; effettivamente questo è l’unico luogo dove i due mondi si toccano. Lungo queste frontiere c’è un ammasso di gente, di marocchini, che in realtà non avrebbero il permesso passare, ma che invece attraversano la frontiera ogni giorno, trasportando merci da una parte all’altra. Anche se non riguarda strettamente l’emigrazione irregolare, lì si vede con chiarezza lo scarto fortissimo tra l’Europa, anche se è un’Europa assurda, e l’Africa. Un’altra cosa che mi ha colpito è questa idea – che adesso tende ad essere meno diffusa – dei migranti che vengono illusi dai trafficanti. In realtà le comunicazioni circolano, chi fa quel percorso sa benissimo quali sono i rischi, i costi, e anche cos’è l’Europa, anche perché c’è internet. Poi in alcuni casi magari si crea una visione un po’ illusoria ma è più un mito che sono i migranti stessi ad alimentare, non c’è qualcuno che li illude. I trafficanti esistono però sono figure che, intanto non impongono niente a nessuno, e poi in ultima analisi non fanno altro che fornire un servizio. Anche lì, l’europeo che arriva in Libia o al confine Libia-Niger piuttosto che in Turchia ha l’idea che lo scafista sia il cattivo. I migranti invece lo trattano quasi come un tour operator. Lo dico anche in maniera un po’ provocatoria, comunque si tratta di un servizio, che ovviamente ha un costo elevato perché è vietato. I migranti però non pensano sia un criminale, tutt’altro, alle volte lo vedono come un salvatore. In Libia la situazione è più complicata, ma per esempio in Turchia ho conosciuto persone che sono passate per la Grecia e hanno mantenuto rapporti di amicizia con lo scafista turco, si chiamano… Il mondo è molto più sfaccettato di quel che pensiamo.

IF: tornando al libro, che libro è il tuo?
SL: di giornalismo, nel senso che sono cose vere, successe. Per dire, nel momento della stesura si è stabilito un bel rapporto con l’editor. Quando scrivi un libro, la realtà è spesso più banale di come uno vorrebbe immaginare, per cui l’editor magari ti dice: “perché questa cosa non la fai andare così? No, non si può le cose sono andate in un altro modo!” Io ho mantenuto come punto fermo l’assoluta coincidenza con i fatti, perché il giornalismo è quello. Il giornalista ha probabilmente il proprio punto di vista, la propria emotività, ma il racconto dei fatti che accadono non si può inventare, altrimenti diventa un romanzo. Quindi A Sud di Lampedusa è un libro di reportage.

IF: secondo te rispetto a un tema così complesso come le migrazioni, qual è il livello di comprensione del giornalismo italiano?
SL: diciamo che in Italia si parla moltissimo di immigrazione ma raramente si sente il punto di vista degli immigrati, anche nei dibattiti politici televisivi mai si sono invitati gli immigrati, cioè l’oggetto di studio. Sono stati fatti anche libri e eccellenti inchieste giornalistiche. Ma in generale c’è un problema nella costruzione del senso comune. Alcune convinzioni sono state veicolate dai media: gli immigrati sono clandestini a prescindere, anche se chiedono asilo politico; o anche l’etnicizzazione nella cronaca con titoli tipo: “Un rumeno l’assassino della Reggiani” per cui la notizia non è più che è stato trovato l’assassino ma che l’assassino è  rumeno. E la stampa italiana è piena di questi esempi in cui l’elemento etnico sottolineato, pur non aggiungendo nulla alla notizia, diffonde nell’opinione pubblica l’idea che i rumeni siano una comunità che delinque. Ed è molto pericoloso.

IF:  dal tuo osservatorio, che Italia viene fuori parlando di immigrazione?
SL: noto, prima come cittadino poi come giornalista, che ormai c’è una xenofobia rampante. Cose che prima non si dicevano, magari perché si aveva pudore… ora si sono rotti gli argini ed è molto preoccupante. L’unica cosa che mi fa sperare è quando poi vedo le scuole dove ci sono bambini di tutte le provenienze, quindi spero nei prossimi anni questa diffidenza venga meno.

Si ringrazia Elisabetta Angelillo per la trascrizione della registrazione audio

Foto: http://www.flickr.com/photos/comcinco/

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