Panorami dell'immigrazione contemporanea

E poi ci stupiamo se scioperano…

Cominciamo dai numeri.

Secondo le stime della Caritas gli stranieri presenti in Italia sono quasi quattro milioni e mezzo. Un quarto di loro ha in tasca un diploma o una laurea. Rappresentano più del 7% della popolazione complessiva e quasi il 10% della forza lavoro. Dal 2001 crescono al ritmo frenetico di 400mila nuove presenze l’anno. Senza di loro, il nostro sarebbe un paese di vecchi e pensionati con gli over 65enni a sfiorare i 12 milioni. Gli immigrati vivono per lo più al Nord (Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto) e mettono al mondo il doppio dei figli degli italiani (2,40 contro 1,28). I matrimoni con almeno un coniuge straniero sono ormai il 14% del totale. I «nuovi italiani» sono soprattutto romeni (780mila), seguiti da albanesi, marocchini e cinesi. Cresce anche il numero degli altri europei non comunitari (ucraini e moldavi su tutti), degli indiani e dei ghanesi.

Qualche tempo fa ho letto il «Rapporto 2009 sull’invecchiamento» della Commissione europea: entro il 2060 l’Italia avrà almeno 12 milioni di immigrati, pari al 20% della sua popolazione.

In alcune città, le reti delle comunità hanno portato a una forte concentrazione etnica: è il caso dei cinesi di Prato o dei tunisini di Mazzara del Vallo. Ma in generale, la presenza dei migranti nel nostro paese si è distribuita in maniera piuttosto uniforme. E’ un pulviscolo di nazionalità scarsamente concentrate. Sia ben chiaro: questo non è stato favorito da politiche lungimiranti, ma solo dalle caratteristiche del mercato del lavoro italiano, fatto di piccole imprese manifatturiere ben distribuite in tutto il Centro-Nord, di una diffusa richiesta di braccianti in agricoltura e della domanda di lavoro domestico anche nei centri più piccoli. Ciò spiega perché in Italia ancora non ci sono veri e propri ghetti o banlieu modello parigino. Non bisogna però abbassare la guardia: in base a un recente studio dell’universit­à Cattolica del Sacro Cuore di Milano, infatti, «le periferie urbane si configurano come veri e propri incubatori di razzismo e xenofobia». Non solo. C’è poi il caso «Roma».

«Gli ingenti flussi migratori che si sono riversati a Roma negli ultimi anni – leggo nel ‘Primo rapporto sugli immigrati in Italia’ del Viminale – hanno dato luogo a fenomeni tangibili di segregazione residenziale, basata sul gruppo etnico di appartenenza». La capitale è dunque a rischio ghetti? Secondo l’analisi del ministero dell’Interno, la situazione non sarebbe ancora d’allarme: «Se da un lato la presenza a Roma di fenomeni di segregazione etnica è inequivocabile, dall’altro bisogna riconoscere che la loro portata è tuttora limitata e non consente di sostenere l’esistenza in città di ghetti di immigrati o, più in generale, di una netta separazione residenziale fra stranieri e italiani». E dove risiede la maggioranza di questi gruppi etnici? «Le zone che ospitano numeri rilevanti di cluster etnici sono Tuscolano Sud-Tor Fiscale (romeni, filippini, bengalesi, peruviani, egiziani e cinesi), Centocelle (romeni, bengalesi, peruviani, egiziani e cinesi), Marconi e Valco S. Paolo (bengalesi ed egiziani), Ostia (romeni, polacchi, ucraini ed egiziani). Altre zone, infine, spiccano per essere sede di cluster etnici di un solo paese, in particolare Casilino (polacchi), Tomba di Nerone (filippini), Giardinetti-Tor Vergata (cinesi), Cesano-Martignano, la Storta, S. Cornelia-Prima Porta, Ponte Galeria-Magliana e Borghesiana (romeni)». Insomma qualche concentrazione comincia a esserci, eccome.

Il nostro problema? La velocità. Oggi il numero d’immigrati presenti in Italia ci pone in linea con la media europea, ma la nostra curva di crescita è stata di gran lunga più ripida: siamo passati dal milione e mezzo di presenze del 2003 ai quattro milioni e mezzo del 2009. Non c’è stata una crescita progressiva, ma un balzo in avanti. La società italiana non ha avuto il tempo di assorbire questo ingente flusso migratorio. L’ingrediente multietnico è stato versato alla rinfusa, con dgfev online casino il rischio di fare impazzire la maionese.

E la componente irregolare dell’immigrazione? In questo campo, una delle fonti migliori è senz’altro la fondazione «Ismu». Gli stranieri privi di permesso di soggiorno sono oltre 650mila: nel Nord ci sono sette immigrati irregolari ogni mille abitanti. E’ però un dato prudenziale, antecedente alla regolarizzazione di colf e badanti avviata nel settembre 2009.

Come entrano in Italia gli irregolari? A fare notizia sono sempre gli sbarchi, tanto che le politiche di respingimento del governo italiano prendono di mira solo le rotte via mare. Peccato, però, che la porta per l’Italia sia altrove. Il 65% degli immigrati, infatti, entra con un regolare visto turistico e alla scadenza resta in Italia da irregolare. Li chiamano overstayers.  Un altro 30% arriva via terra, attraverso le frontiere degli accordi di Schengen. Solo un misero 5% giunge via mare: sono i più disperati, quelli che fuggono da guerre e persecuzioni e spesso fanno richiesta d’asilo.

Questo esercito d’irregolari lavora e vive da anni in Italia, ma resta invisibile alla legge. Metterlo in regola significherebbe fargli pagare tasse e contributi. Insomma converrebbe anche alle tasche degli italiani. Ma come si può fare emergere? Sanatorie e regolarizzazioni sono rari provvedimenti una tantum e l’ultimo è stato limitato ai lavoratori domestici. Resta allora la lotteria delle quote: in regime di Bossi-Fini, infatti, l’unica chance per uscire dall’illegalità si chiama decreto flussi. La corsa a un posto da regolare coinvolge ogni anno migliaia d’immigrati. E altrettanti datori di lavoro.

Col decreto flussi l’Italia fissa annualmente il tetto massimo (le cosiddette «quote») di cittadini non comunitari, che possono entrare nel paese per motivi di lavoro subordinato o autonomo. Questo solo sulla carta, però. In realtà le cose vanno ben diversamente: il decreto è da anni l’unica possibilità di mettere in regola chi già si trova in Italia. Come? Si presenta domanda d’assunzione, si spera di rientrare nelle quote, si esce dal paese col nulla osta e si ritorna col visto d’ingresso. È un sistema di porte girevoli: esci irregolare, rientri regolare. Ma solo a pochi fortunati il gioco riesce. E i tempi oltretutto sono lunghissimi, fino a un anno e mezzo d’attesa. Per tutti gli altri non resta che la clandestinità.

Non solo. Per chi finalmente vince il biglietto da regolare, cioè il visto d’ingresso, comincia l’odissea dei permessi di soggiorno. I tempi d’attesa per il rilascio e il rinnovo, infatti, vanno da 60 giorni a un anno e mezzo. E accade che il permesso venga consegnato, quando è già scaduto. Così la via crucis riprende daccapo. Eppure gli immigrati regolari pagano le tasse, né più né meno degli italiani. Perché umiliarli con questa tortura burocratica?

E poi ci stupiamo se scioperano…

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Un Commento a “ E poi ci stupiamo se scioperano… ”

  1. Ungiornosenza scrive:

    Ottimo sito, grazie

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