Panorami dell'immigrazione contemporanea

Migrazioni familiari e diritto all’unità familiare.

Genere, stratificazione civica e diritto all’unità familiare: linee di tendenza in Europa, tra integrazione e controllo (ENGLISH VERSION)

La migrazione familiare sta ricevendo un’attenzione crescente in ambito comunitario, e mostra un aspetto decisamente strategico sia nelle politiche d’integrazione che nella disciplina dei flussi in ingresso, così come nel fervente dibattito sul multiculturalismo. In molte discussioni correnti (in ambito accademico, politico e di discorso pubblico) la famiglia immigrata tende sempre più ad essere vista come un ostacolo – più che come una risorsa – per l’integrazione: sede di tradizioni patriarcali e relazioni di genere o intergenerazionali problematiche (specie nelle migrazioni iniziate da uomini), incapace di fornire adeguata cura e supporto ai propri membri deboli (specie nelle migrazioni iniziate da donne). Le famiglie migranti diventano così attori almeno in parte responsabili del fallimento educativo e scolastico dei propri figli, e delle traiettorie criminali o devianti[1] a cui tendono spesso ad essere associati i giovani di origine straniera. A questo genere di visioni se ne contrappone anche però una opposta, che tende a celebrare la supposta maggiore coesione sociale incarnata dalle famiglie straniere (riflessa nei loro minori tassi di separazione e divorzio, nella loro vivace fertilità…), che fa da contraltare ed argine al “declino” della famiglia “tradizionale” a cui si assiste in Occidente (Fukuyama, 1998).

Per la sua rilevanza numerica la migrazione familiare è sempre più spesso percepita come migrazione “non richiesta” e accettata a malincuore, in quanto -  si suppone – composta da migranti non qualificati, e dunque sempre più in contraddizione con politiche migratorie selettive in termini di specifiche esigenze di particolari settori del mercato del lavoro. Non è dunque una coincidenza se molte delle “nuove” politiche di integrazione (qual corsi o test di integrazione obbligatori) tendano sempre più a focalizzarsi sui familiari ricongiunti: più che fornire un supporto di tipo pratico o di orientamento questo genere di misure è più che altro volta alla promozione di una certa idea di “buon cittadino” (Schmidt 2007). Questo trend (non equamente diffuso in tutti i paesi dell’Unione) trova uno dei suoi pionieri nell’Olanda che, con l’introduzione di test d’integrazione “preventivi”, ha espresso la necessità di “preparare” i familiari al paese ricevente, legittimando tali misure come strumenti di lotta contro i matrimoni forzati. Queste si rivolgono proprio a quei futuri sposi identificati come “a rischio”, cioè quelli meno dotati di capitale culturale ed economico: i test d’integrazione si rivelano così un’efficace strumento di selezione dei flussi in ingresso, dietro il malcelato scopo di limitare gli aspetti negativi della migrazione familiare.

La migrazione familiare deriva gran parte della sua rilevanza dal suo essere diventata uno dei principali (in alcuni casi, l’unico) canale di ingresso legale in molti paesi europei: nei paesi del Nord Europa (ad eccezione del Regno Unito, che ancora applica il reclutamento di un ingente numero di lavoratori dall’estero) è ormai di fatto l’unica modalità di ingresso legale accessibile, ma anche nei paesi dell’Europa meridionale (che più frequentemente risentono dell’andamento altalenante delle regolarizzazioni di ingenti quantità di manodopera irregolare) gli ingressi per ricongiungimento hanno mostrato una crescita esponenziale.

La migrazione familiare è però un fenomeno assai diversificato. Nei paesi di più antica immigrazione la migrazione matrimoniale (cioè la formazione di nuove famiglie con un partner giunto dall’estero) ha ormai superato la forma più “classica” del ricongiungimento di famiglie già formate e separate dalla partenza del “primo migrante”. Al contrario, in Europa meridionale la migrazione matrimoniale, spesso praticata da seconde (o terze) generazioni è (ancora?) molto meno significativa e il ricongiungimento riveste una maggiore rilevanza. L’aumento della migrazione matrimoniale è poi frutto sia della crescita dei matrimoni transnazionali (tra immigrati e partner provenienti dal paese d’origine) che di quella dei matrimoni misti (quindi tra persone prive di un background migratorio e partner provenienti dall’estero).

Il diritto all’unità familiare: un diritto contestato

Il diritto all’unità familiare è stato spesso considerato uno strumento volto alla promozione del benessere e dell’integrazione dei migranti nelle società ospiti, anche in virtù di considerazioni di carattere umanitario (ILO 1999, para 472, Lahav 1999). In quanto diritto, il ricongiungimento incarna una concezione di famiglia come bene superiore che gli stati sono tenuti in qualche modo a tutelare. Pertanto, l’obbligo da parte di questi You will find on Astrotheme thousands of natal charts of celebrities who have the Sun in Aries, horoscope for aries rising, or Mars dominant. di garantire e promuovere la vita e l’unità familiare di cittadini e migranti è ampiamente sancito nella legislazione internazionale, ad esempio nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948), nella Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo (1950), nel Trattato Internazionale sui Diritti Civili e Politici (1966), e così via. L’affermazione del diritto al ricongiungimento nell’ambito della legislazione comunitaria limita la capacità degli stati di contrastare questo tipo di ingressi: come nel caso dei rifugiati, i principi liberali interferiscono così con l’autorità degli stati nel controllare i propri confini e la composizione della propria popolazione.

Eppure, solo in ambito comunitario il diritto al ricongiungimento è riconosciuto come un vero e proprio diritto, sottoposto a minime condizionalità. Nel caso dei cittadini di paesi terzi, gli stati dispongono ancora di un considerevole margine di controllo, che viene esercitato attraverso l’imposizione di una serie di condizioni espresse in termini di requisiti di integrazione, in primis reddito e alloggio. Al contrario di quanto molti si aspettavano, la legislazione europea ha fallito nel promuovere una crescente armonizzazione delle politiche degli stati membri, e tanto meno li ha spinti ad applicare standard meno rigidi. La Direttiva Europea sui Ricongiungimenti Familiari (2003/86/EC), con le sue 27 clausole di deroga fonda standard comuni estremamente deboli e, ironicamente, ha addirittura portato molti paesi ad irrigidire ulteriormente i propri requisiti per conformarsi alla direttiva stessa. Il diritto al ricongiungimento che ne emerge è ancora molto lontano dagli standard applicati ai cittadini comunitari (consolidati nella direttiva  2004/38/EC) che si fonda peraltro su una definizione di famiglia assai più ampia. I cittadini comunitari che non stanno vivendo (o non hanno recentemente vissuto) in uno stato membro, non sono però tutelati da questa direttiva, né da quella che tutela i cittadini di paesi terzi. Di conseguenza, vi è uno scarto tra differenti categorie di cittadini che godono di un set di diritti differenziato, una frammentazione delle appartenenze e dei diritti che Morris (2002) chiama “stratificazione civica”. Contrariamente da quanto auspicato da colori i quali intravedevano una configurazione post-nazionale della cittadinanza (Soysal 1994), espressa in quel set di diritti sociali e politici che viene concesso a prescindere dello status di cittadino, la cittadinanza a pieno titolo ancora conta. Il caso del diritto all’unità familiare mostra proprio come diritti fondamentali della persona continuino ad essere mediati dalla cittadinanza nazionale, più che garantiti a prescindere da questa.


[1] Qualcuno forse ricorderà le affermazioni del Presidente Sarkozy che, commentando le violente rivolte nelle banlieu parigine, ne rintracciò le origini sociali nella poligamia, e in simili usanze tribali proprie delle famiglie immigrate in Francia  (Corriere della Sera, 17 novembre 2005).

L”articolo è tratto dalla pubblicazione: Bonizzoni P., Kraler A., 2010, Gender, civic stratification and the right to family life: problematising immigrants” integration in the EU, in International Review of Sociology

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