Panorami dell'immigrazione contemporanea

Reportage Lampedusa: giorno due

Secondo giorno con i “report giornalieri di “Un Ponte verso Lampedusa”, l’iniziativa del Gruppo LIMEn e del Centro Astalli di Trento.

Mercoledì 13 aprile 2011

di Emanuele Casapiccola e Massimiliano Vaccari

Ieri sera siamo andati a cena con un gruppo di ragazzi dell’Associazione Nazionale Alpini, mandati a ripulire l’isola dalle bottiglie e dalle altre immondizie lasciate dai migliaia di migranti che hanno vissuto all’aperto sull’isola nei mesi di febbraio e marzo. Ci raccontano che il numero delle forze dell’ordine sull’isola si aggira attorno ai mille tra Esercito, Marina Militare, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Guardia Costiera. Presenza massiccia ma necessaria, secondo loro, specialmente nei giorni dell’emergenza. All’inizio degli sbarchi i militari erano in quattrocento e presto si sono resi conto di essere in pochi per gestire la situazione. Infatti non hanno potuto fare altro che lasciare liberi i migranti di girare per l’isola.

Mentre mangiamo parte un altro aereo verso la Tunisia. Ci dicono che i migranti sono stati caricati uno alla volta da due poliziotti per evitare complicazioni. Sembra di capire che sono stati pianificati due voli al giorno: uno a mezzogiorno e uno alle otto di sera.

Dopo cena arriviamo finalmente alla sede dell’associazione culturale Askavusa, nostro partner sull’isola. Ci mostrano il Museo delle Migrazioni che hanno allestito con scarpe, pezzi di barca, quadri, foto, padelle, vestiti tutto materiale raccolto da loro sull’isola e al cimitero delle barche, discarica dove sono state ammassate e poi bruciate le barche.

È sera tardi, i ragazzi sono stanchi e l’atmosfera è un po’ tesa, anche a testimonianza della durezza dei giorni appena trascorsi. Inizia la loro narrazione dei mesi dell’emergenza, che riportiamo tra poche righe.

Questa mattina partecipiamo ad un intervista di un giornalista Svizzero ai ragazzi di Askavusa.

La storia inizia con i racconti dei migranti Tunisini raccolti durante la stretta convivenza isolana.

Rivoluzioni in Nord Africa: Tunisia, Algeria, Oman, Bahrein, Siria, Egitto, Libia.

Dopo decenni di dittatura, in Tunisia si riempiono le piazze, si protesta, si muore fino a che Ben Ali viene cacciato. La sua famiglia e quella della moglie hanno fatto il bello e cattivo tempo, gestendo in modo mafioso lo Stato e l’Economia. Le tasse sul reddito da lavoro arrivavano fino all’80%. Di uno stipendio di 1000 dinari, fino a 800 dovevano essere devoluti alla famiglia del Presidente. Il potere del governo prevedeva perfino il sequestro o l’appropriazione di aziende, ristoranti, lavanderie… per cui pochi correvano il rischio di intraprendere un iniziativa economica e “lavorare per i frati”. Immaginario da Russia sovietica.

Il controllo politico e sociale era molto forte: partiti di opposizione al bando ed un sistema di spie pronto ad incastrare dissidenti e malelingue.

A settembre ci saranno le prime elezioni politiche, il numero dei partiti è schizzato a 70.

Nel frattempo l’esercito e la vecchia classe politica guidano il periodo di transizione. Fare accordi con la Tunisia in questo momento è molto aleatorio perché non si conoscono i programmi dei partiti nati o emersi dopo la rivoluzione.

Capiamo che per i ragazzi che hanno vissuto quei giorni tutto è possibile, il cambiamento è fattibile.

Si organizzano e si imbarcano.

È impossibile generalizzare, si trovano bravi ragazzi, cattivi ragazzi, rivoluzionari, fighetti, artisti, studenti, intellettuali, operai.

Alcuni di questi, come è successo a due ragazze l’altra notte sulle coste di Pantelleria, sono morti. Gli altri sono arrivati a Lampedusa.

Dati del governo, si tratta di 28.000 persone di cui circa 23.000 Tunisini arrivati dall’inizio dell’anno e che ancora partono, quando il mare lo consente. Altre 4.700 persone che sono venute da altri paesi Africani nelle ultime settimane, sono accolte come richiedenti asilo e quindi trasferite direttamente sul continente nei centri predisposti (Cara).

Al contrario di ciò che si potrebbe pensare i Libici arrivati sono meno di dieci.

Purtroppo il Governo Italiano ha predisposto ben poco per affrontare il flusso dei Tunisini.

Il centro di accoglienza (CIE), costruito apposta sull’isola, è stato aperto quando i ragazzi arrivati era più di mille. Un numero già insostenibile per il centro che si è moltiplicato fino a 6000, come dice il Governo, o fino a 8000 o 10000 come dicono i ragazzi di Askavusa.

Da notare che solo ai Tunisini, all’arrivo, sono stati tolti i lacci delle scarpe e le cinture. Procedura tipica delle carceri impiegata per evitare violenze o autolesionismi. La cosa non è avvenuta per i migranti di altre nazionalità perché per loro può esistere un futuro in Italia, mentre i Tunisini sono considerati clandestini a prescindere, al momento per loro l’unica idea è il rimpatrio forzato.

Di fronte al prevedibile flusso non sono stati organizzati i trasferimenti dall’isola ad Agrigento (poche ore di nave) e non sono stati preparati dei posti nel resto d’Italia per ospitare i migranti.

Risultato? Isola in emergenza.

I Lampedusani hanno reagito in due modi: l’accoglienza e la richiesta del trasferimento dei Tunisini.

Nella sede dell’associazione Askavusa ogni giorno venivano offerti 100 pasti di cous cous, acqua, caffè, 10-15 ragazzi si facevano la doccia, si lavavano i vestiti, corsi di Italiano, informazione legale.

Ci spiegano che i Tunisini si sono sistemati in giro per l’isola in condizioni disperate, non potevano cambiare i soldi, si sono ritrovati senza né cibo, né acqua, né letti, né coperte, né servizi igienici. Al porto sono stati installati tre bagni chimici. Sull’isola vivono 5000 persone, se ne trovavano il doppio per strada. Faceva freddo, ma per fortuna non ha piovuto. Per fortuna, dicono, altrimenti la situazione poteva crollare. E invece non è successo, i migranti sono stati abbastanza tranquilli, non ci sono stati scontri violenti, stupri, omicidi.

Il sospetto dell’emergenza creata è molto forte, l’associazione ne è convinta: l’isola come palcoscenico perfetto.

Secondo loro la scelta del governo è stata quella di usare Lampedusa come isola carcere e di sfruttare a proprio vantaggio l’emergenza. In politica spesso può funzionare il trucco che se non si riesce a risolvere i problemi allora se ne creano degli altri, fittizzi, più facili da affrontare. L’esecutivo italiano ha seguito una strategia volta a creare una situazione di conflitto per poter giustificare una soluzione semplicistica al complesso tema dell’immigrazione, cioè l’espulsione degli indesiderati clandestini. In questo modo si accontenta l’elettorato, contenendo simbolicamente tutti i problemi in un isola a sud del sud.

Sulla pelle dei Lampedusani e dei Tunisini si è fatto politica.

In finale ricordiamo un dato Istat. Come detto dall’inizio dell’anno sono al massimo 30.000 le persone che sono passate per Lampedusa, contro 250-300 mila stranieri che ogni anno arrivano in Italia.

Da anni la propaganda politica si concentra sul 10% del “problema” parlando di invasione clandestina invece che concentrarsi sul 90% dei migranti che arrivano con l’aereo o con un traghetto di linea. Si parla di clandestini invece che di integrazione. Si dichiara che si spera di non dover arrivare a sparare, invece che dialogare sul modello di sviluppo da seguire di fronte al declino economico che stiamo vivendo.

banner ad

Un Commento a “ Reportage Lampedusa: giorno due ”

  1. stefania scrive:

    Grazie per i reportage,Patrizia, sei una voce importante che ci permette di capire meglio quel che accade.
    Buon lavoro
    stefania

Lascia un commento


Warning: Illegal string offset 'solo_subscribe' in /home/pvallone/immigrationflows.net/wp-content/plugins/subscribe-to-comments/subscribe-to-comments.php on line 302

Iscriviti senza commentare