Panorami dell'immigrazione contemporanea

Reportage Lampedusa: giorno sei

Una domenica a Lampedusa: una visita al cimitero, il mare e i “parenti” nord-africani… Limen e Centro Astalli Trento ci raccontano un altro pezzo di Lampedusa. Buona lettura.

Lampedusa, domenica 17 aprile 2011

Domenica azzurra e ventosa. Il professor Fragapane nell’incontro di ieri aveva ricordato come al cimitero di Lampedusa fossero seppelliti diversi migranti, annegati nel tentativo di raggiungere le coste dell’isola. Oltre a parlarci dell’esistenza di queste tombe al cimitero, il professore ci racconta di come nel momento della cerimonia funebre fossero presenti moltissimi cittadini di Lampedusa. Non si tratta di parenti, né di amici o conoscenti, ma erano comunque lì con il loro carico di dolore. Ma perchè? Per comprenderlo, questa mattina prendiamo la macchina fotografica e ci dirigiamo al cimitero. Passando attraverso le tombe di pietra troviamo due anziane signore che ci salutano molto gentilmente. Non sapendo dove si trovano le tombe dei migranti, ci avviciniamo per chiedere delle informazioni. Ci viene indicato di andare più avanti in linea diritta. Ringraziamo e ci allontaniamo. Arriviamo davanti ad un terreno poco curato dove sono piantate delle piccole croci oramai rovinate. Qualche tomba è segnata dai fiori, ma in generale si tratta di tombe malandate. Non ci sono riferimenti e non vi è alcuna targa che ricorda chi è sepolto. Se non fosse per la memoria del professor Fragapane e delle signore incontrate pochi minuti prima sarebbero delle tombe senza nome. Scattiamo delle foto. Rimaniamo un attimo lì per rispetto nei confronti delle persone sepolte e poi andiamo via. Nel ritorno ritroviamo le due anziane signore che stavano lavando le lapidi di una tomba di famiglia……ci fermiamo per chiedere loro se potevano descriverci la cerimonia funebre durante la quale vennero sepolti i migranti. Mi confermano che c’era molta gente durante il funerale e che tutti erano autenticamente addolorati. Chiediamo allora come mai ci fosse tutta questa partecipazione verso delle persone che non conoscevano. Ci viene risposto che morire in mare è sempre un lutto per loro. Che una fine del genere sarebbe potuta spettare a qualsiasi altra persona. Magari un loro figlio. Quindi, il mare è il filo rosso che lega i destini dei migranti e dei lampedusani, rendendoli “parenti”.

In tarda mattinata ci siamo trovati per riflettere insieme la controversa questione dei rimpatri.

Mentre discutevamo, siamo stati contattati da Luca e Francesco che, nel frattempo, si erano recati al CIE (centro di detenzione ed espulsione), avvisandoci che si stava creando una situazione di tensione che faceva presupporre un imminente rimpatrio.

Decidiamo quindi di raggiungerli all’aeroporto dove abbiamo conferma dei nostri sospetti. All’entrata troviamo una ventina di poliziotti muniti di guanti e mascherina. La situazione è paradossalmente tranquilla. I tunisini vengono trasportati a piccoli gruppi, scortati dalle volanti e dalle jeep di polizia e carabinieri, nei pressi dell’aereo. Da dietro la rete di recinzione possiamo vedere come vengano caricati uno ad uno sull’aereo scortati da due poliziotti ciascuno. Gli uomini salgono in silenzio sull’aereo, senza scene di disperazione, senza opporre resistenza. Quello che si percepisce è un clima di rassegnazione e di sconforto. Mentre assistiamo sgomenti a questa scena non abbiamo potuto fare a meno di metterci nei loro panni, di provare ad interpretare il loro pensiero, è una sensazione che prende allo stomaco: dopo tutto quello che hai passato ti stanno riportando a casa, è stato tutto inutile, come quando al gioco dell’oca incappi nella casella “riparti dal via”. Ma questo non è un gioco, è la tua vita.

Pensiamo che noi al loro posto tenteremmo a tutti i costi di rimanere in Italia anche a costo di fare una domanda di asilo strumentale, rendendoci comunque conto che sarebbe moralmente scorretto.

Su quest’idea abbiamo modo di confrontarci, nel primo pomeriggio, con Raffaella del UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), che ci spiega che, secondo lei, non fanno la domanda per paura di non poter più tornare in Tunisia.

Per la serata abbiamo in programma una cena a base di pesce al nostro B&B in compagnia di Giusi, responsabile di Legambiente Lampedusa, e Alex dell’associazione “Un kayak per il diritto alla vita”.

La nostra intenzione è quella di creare un contesto informale per approfondire ulteriormente quello che abbiamo visto sull’isola. La cena viene improvvisamente interrotta da una telefonata dei ragazzi di Askavusa i quali chiedono l’aiuto di Paola in qualità di avvocato.

Infatti è in corso una perquisizione a casa di Simona, una ragazza di Askavusa, che in mattinata aveva incontrato dei ragazzi tunisini, trattenuti presso la stazione marittima. Durante l’incontro Simona, assieme ad un mediatore, li aveva informati sui loro diritti. Secondo gli agenti poco dopo i tunisini erano scappati. Per questo motivo era stato deciso di ispezionare la casa di Simona e il furgone dell’associazione. Alla fine non viene trovato nessuno, anzi il giorno dopo le persone si ripresentano spontaneamente. Quello che ci ha stupito è stato il forte dispiegamento di forze dell’ordine, che hanno bloccato una strada e impedito alle persone di avvicinarsi. Inoltre questo avvenimento è stato il terzo episodio di perquisizione all’associazione e alle persone a questa vicine nel giro di 2 giorni.

I fatti di questa serata sono stati per noi fonte di discussione e riflessione, non riusciamo per ora a riorganizzare e chiarire i pensieri per trarre le nostre conclusioni. Ci dormiamo sopra, che la notte ci porti consiglio.

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