Panorami dell'immigrazione contemporanea

Reportage Lampedusa: giorno tre

Terzo giorno a Lampedusa. Il reportage sull’”altra isola” degli operatori di Limen e Centro Astalli Trento. Si parla di scatoloni di cibo, Cie, bagni in acqua fredda, casinò e tunisini. Buona lettura!

Lampedusa, Giovedì 14 aprile 2011

di Emanuele Casapiccola e Massimiliano Vaccari

Apprendiamo che a Palermo hanno fatto una raccolta di buon cibo: pasta, scatolame, biscotti, cioccolata, latte, succhi etc. Purtroppo i pacchi sono arrivati tardi, pochi giorni dopo la fine dell’emergenza. Alla sede dell’associazione Askavusa vediamo i ragazzi e le ragazze aprire gli scatoloni e dividere i vari prodotti in altre scatole. Un po’ le terranno per loro, il resto lo distribuiranno alle famiglie bisognose di Lampedusa.

Pranziamo con loro e chiacchierando ci rendiamo conto che hanno le idee molto chiare sulla linea da seguire per il loro futuro e quello dell’isola. Ci parlano del doppio significato della visita del Presidente del Consiglio.

Berlusconi non è solo venuto a proporre ed, in effetti, ad attuare una soluzione per l’emergenza, ma anche a ribadire una precisa idea di sviluppo.

Le promesse di casinò e campi da golf (in un isola senza acqua e senza ospedale) si inseriscono in una visione dello sviluppo economico, condivisa da molti imprenditori isolani, ma che Lampedusa non può sostenere a lungo.

L’isola deve essere sfruttata in maniera sostenibile, ci parlano di un progetto chiamato “Io Vado a Lampedusa”. Si tratta di proporre un modello di turismo ecosostenibile e solidale per l’isola.

Un tipo di turismo più razionale e anche maggiormente redditizio, perché differenziato, che può quindi occupare gli isolani per tutto l’anno e non solo nella stagione estiva come avviene oggi.

La cosa non è certo solo ipotetica grazie agli agganci con i gruppi di acquisto solidale (GAS). Ci dicono di avere già 600 famiglie che vogliono venire a Lampedusa per le bellezze della natura, per immergersi nello spirito di accoglienza e di incontro tra culture di cui l’isola si è impregnata in questi anni. Anche noi stando qui, sentiamo la forza del posto, il nostro cervello sembra funzionare meglio.

Se la chiamata di “Io Vado a Lampedusa” avrà successo questi ragazzi saranno capaci di reinventare l’economia dell’isola.

La loro visione è quella di uno sviluppo sostenibile e le loro idee sono semplici e concrete.

Istituire un Piano Regolatore Generale, che al momento manca al Comune, per combattere i fenomeni di abusivismo che massacrano il territorio.

Rivedere la viabilità sull’isola cercando di ridurre il numero dei veicoli a motore predisponendo delle piste ciclabili e una rete di autobus.

Sensibilizzare la popolazione isolana a impegnarsi a fare la raccolta differenziata.

Quello che contestano, al pensiero della maggioranza dell’isola, è che la migrazione non deve essere considerata un male a prescindere. Può essere sfruttata in maniera positiva e diventare una risorsa, ma purtroppo gli imprenditori sanno solo parlare di danno all’immagine.

Sarebbe una vittoria, dichiarano, se un giorno i Tunisini verranno a Lampedusa, come turisti in vacanza.

Dopo pranzo ci procuriamo dei mezzi per poter girare sull’isola. Scegliamo di noleggiare delle biciclette anche perché, tra gli altri motivi, è una scelta ecosostenibile.

Montiamo in sella e partiamo alla scoperta dell’isola.

Passiamo davanti al CIE, il cancello è aperto e vediamo all’interno solo qualche persona che gioca a calcio, tutt’intorno vento, sassi e silenzio. La distanza tra le immagini che abbiamo visto al telegiornale nei giorni dell’emergenza e l’attuale situazione è surreale.

Dopo una piccola salita arriviamo alla discarica dove c’è stato il rogo dei barconi lì trasportati. Lascio la bici ed entro a fare un giro. Sento che il posto, la terra, è malata. La sensazione che abbiamo è quella di trovarci in un paesaggio post-apocalittico. Le ceneri sul terreno non sono quelle dei barconi, ma quelle della nostra civiltà.

Pedalando giriamo tutto il perimetro dell’isola vedendo posti fantastici, selvaggi, completamente fuori da quello che siamo abituati a vedere. Anche gli odori sono molto intensi, soprattutto quello del rosmarino e dell’origano selvatico.

I gabbiani, sostenuti dal maestrale, sembrano ridere della nostra paura del vuoto quando ci sporgiamo dalle altissime scogliere su cui si infrangono le onde del mare più blu che abbiamo mai visto.

Dopo una gran fatica, pedalando su strade sconnesse e sconosciute, arriviamo al tramonto alla baia dell’isola dei conigli, sembra una spiaggia caraibica.

Il mio amico Casapiccola si fa intrepido, ma finisce intorpidito quando, nonostante la temperatura dell’acqua, decide di farsi un bagno.

Prima di venire a Lampedusa l’unico collegamento mentale che riuscivamo a fare con l’isola era quello degli sbarchi, della sofferenza e dell’emergenza.

Solo ora ci rendiamo conto che questo è un posto dove si possono passare delle vacanze da sogno.

Parlando con la gente non autoctona constatiamo di aver avuto le stesse impressioni. Forse il danno d’immagine che spaventa tanto sarà mitigato dall’ottima pubblicità che faranno tutti coloro che sono passati per l’isola in questi mesi.

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