Panorami dell'immigrazione contemporanea

La memoria di Lampedusa

I riflettori su Lampedusa si stanno nuovamente accendendo.

Dopo mesi passati al centro dell’attenzione, sembrava che sull’isola fosse tornata la tranquillità. Ma si è trattato solamente di una calma apparente dato che negli ultimi giorni sono ricominciati gli sbarchi.

Sempre lo stesso copione che da anni si ripete. Ci ricordiamo di questa splendida isola in occasione di sbarchi numerosi o di tragedie in mare, dopo qualche mese la notizia passa in secondo piano e poi finisce nel dimenticatoio. Quando poi ricominciano gli arrivi ritorniamo ad interessarcene, dimenticandoci ciò che è successo qualche settimana, mese o anno prima.

Non si fa tesoro delle esperienze passate, si ripetono gli stessi errori e non si progetta nessuna azione per gestire veramente ed efficacemente questo fenomeno. Ogni volta si grida all’emergenza. Ma può un’emergenza durare quasi un decennio?

Nel 2008 si parlò di emergenza sbarchi per l’arrivo di oltre 30mila persone, si decise di trasformare il centro di prima accoglienza in un centro di permanenza temporanea e di tentare di valutare le domande d’asilo direttamente sull’isola. In quell’anno, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), molte delle persone giunte a Lampedusa provenivano da Somalia ed Eritrea. Circa il 75% ha fatto richiesta di asilo e a circa il 50% di loro è stato riconosciuto lo status di rifugiato o un altro tipo di protezione. Anche in quell’occasione, l’allora (e ancora oggi) Ministro dell’Interno, Roberto Maroni dispose il blocco dei trasferimenti verso centri di accoglienza sul territorio nazionale. Alcune fra le principali organizzazioni che si occupano di diritto d’asilo scrissero al Governo denunciando una situazione di sovraffollamento del centro di accoglienza, dove, a fronte di una capienza massima di 804 posti, erano presenti oltre 1800 persone.

Poi a maggio 2009 i riflettori su Lampedusa si spensero. A seguito degli accordi con la Libia, iniziarono i respingimenti e si registrò un blocco degli arrivi. Si festeggiò per il risultato ottenuto e solamente pochi, forse per eccesso di pignoleria, si chiesero che cosa sarebbe successo alle persone respinte. Pochi ricordavano che si trattava di persone in fuga da situazioni di guerra o di violenza indiscriminata, che attraversato il deserto, arrivavano in Libia e da qui tentavano di giungere in Europa. Nonostante le denunce di maltrattamenti e di violazione dei diritti subite in territorio libico, il Governo italiano aveva stipulato un accordo per bloccare queste persone, obbligandole a vivere senza la possibilità di trovare accoglienza e tutela dei loro diritti. Il 2009 fu caratterizzato anche da una forte diminuzione rispetto all’anno precedente delle domande d’asilo presentate in Italia.

Oggi, dopo aver riconosciuto che in Libia esisteva una dittatura, l’Italia ha deciso di accordare l’accoglienza a queste persone in fuga. Coloro che ieri venivano respinti, oggi sono i benvenuti, gli invasori sono all’improvviso diventati persone in fuga.

Ma la storia di Lampedusa non inizia nel 2008, sono oltre 20 anni che le persone arrivano dal nord Africa, prima l’accoglienza veniva gestita in modo informale, dato anche i numeri ridotti. La legislazione era meno rigida e le persone in qualche modo riuscivano ad arrivare sul continente. È dal 2002 che il numero degli sbarchi è aumentato (in quell’anno arrivarono sulle coste siciliane ed in particolare a Lampedusa oltre 18mila persone). Già nel 2004 l’UNHCR denunciava i rimpatri forzati verso la Libia e le condizioni di sovraffollamento del centro dell’isola (all’epoca il centro aveva una capienza di circa 200 persone e ve ne vennero accolte anche 700 contemporaneamente).

Consapevoli di questa complessità, siamo partiti per Lampedusa con la voglia di riscoprire una memoria collettiva dimenticata, ritenendola uno strumento fondamentale per riuscire veramente a comprendere la realtà che ci vede ancora oggi protagonisti. La stessa memoria che gli amici del circolo Arci di Lampedusa (Askavusa) stanno tentando di mantenere viva grazie al museo delle migrazioni. Come dichiarato da Giacomo Sferlazzo “Il museo delle migrazioni intende conservare le testimonianze di questi movimenti migratori, perché riteniamo sia preciso dovere dei protagonisti di questo tempo e di questo fenomeno, tramandare alle future generazioni il racconto di fatti epocali di cui Lampedusa è stata ed è una tappa fondamentale”.

Per questo motivo vengono raccolti da anni storie ed oggetti: i vestiti e le scarpe, i corani e le bibbie, le fotografie e le lettere, i documenti ed altre piccole cose che il mare ha restituito e che parlano di queste tragedie, di queste speranze, di questi sogni infranti nei fondali del Mediterraneo.

La storia di Lampedusa viene troppo spesso ridotta a numeri e statistiche. Si contano gli sbarchi e i respingimenti. Si tende a cercare di schematizzare e ridurre la vita su quest’isola ad una notizia che deve emozionare o creare terrore.

Durante il nostro viaggio a Lampedusa abbiamo voluto cercare un punto di vista diverso, abbiamo parlato a lungo con singoli cittadini, con rappresentanti di associazioni ed istituzioni. Abbiamo cercato di andare oltre la notizia, per capire cosa  abbiano significato non solo per i cittadini di Lampedusa, ma per tutti i cittadini del Mediterraneo, gli avvenimenti di questi anni.

Il 2011 è stato caratterizzato da una forte novità: la convivenza forzata fra lampedusani e migranti. Negli anni precedenti, a detta della gente del posto, si poteva vivere sull’isola senza quasi rendersi conto degli sbarchi, anzi chi voleva interessarsi o partecipare all’accoglienza veniva ostacolato. I fatti del marzo scorso hanno scombussolato tutto, si è voluta creare una situazione estrema di condivisione del territorio in cui si sono mescolati sentimenti e atteggiamenti contrastanti, paura e solidarietà, accoglienza e rabbia. Mi ha molto colpito l’incontro fugace con una ragazza sotto il faro di Lampedusa che ci ha raccontato di aver dovuto lasciare l’isola perché colpita da attacchi di panico e di ansia, ci ha parlato di danni morali che nessuno potrà risarcire. Altre persone che sono riuscite a vivere questi momenti con più tranquillità, ci hanno descritto una situazione di condivisione in cui l’incontro ha creato momenti importanti ed indimenticabili. In quei giorni sull’isola è successo qualcosa d’importante, che non potrà essere dimenticato e che speriamo sia di monito per tutti, i cittadini lampedusani e i migranti arrivati ci hanno dimostrato ancora una volta che l’incontro e la condivisione sono la base per una vera convivenza sul territorio, anche in situazioni estreme. Speriamo di non scordarlo troppo in fretta.

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