Antonello Salvatore,che per On the Road è il responsabile dell’accoglienza maschile e segue la struttura in cui vivono gli “schiavi liberati” in attesa di trovar loro un altro lavoro e un’altra sistemazione, mi ha raccontato altri casi di grave sfruttamento. Come quello di tre egiziani, assoldati da un caporale loro connazionale per lavorare alle dipendenze di un imprenditore edile calabrese.
Hanno lavorato per sei mesi, senza mai essere pagati, e senza essere messi in regola. Hanno lavorato in vari cantieri, nel centro e nel nord Italia. Al momento di dar loro la retribuzione pattuita, il datore è scomparso, se ne è tornato in Calabria. Fin qui niente di nuovo, si dirà, ma è a questo punto che inizia un’avventura picaresca.
I tre egiziani non si danno per vinti e partono per la Calabria, si mettono sulle tracce del padrone e lo raggiungono nel suo paese. A quel punto vengono rinchiusi dallo stesso padrone in un casolare in aperta campagna per diversi giorni, senza cibo, ma con la promessa di avere i soldi. Avrebbero solo dovuto aspettare un po’, in quelle condizioni. Tuttavia nessuno si fa vivo: quando trovano la forza di andarsene, del padrone nel paese non c’è più traccia. Lo raggiungono al telefono, e si sentono dire che se avessero continuato a protestare sarebbero stati uccisi.
Dopo quella breve conversazione intrisa di intimidazioni non hanno più avuto alcun contatto. Al punto in cui erano arrivati, chiunque avrebbe desistito, ma non i tre egiziani, che decidono di mettere in pratica un’idea disperata. Vanno a Colleparco, nei pressi di Teramo, si recano sull’ultimo cantiere ancora aperto presso cui hanno lavorato, salgono su una gru e minacciano di buttarsi di sotto… Ma questa volta c’è chi li ascolta: viene aperta un’inchiesta giudiziaria e ottengono il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Vengono accolti nella struttura protetta e inseriti nel programma di assistenza e integrazione sociale, previsto dall’articolo 18 della 286.
“La cosa difficile, in tempi di crisi e di disoccupazione, è trovar loro un altro lavoro, un lavoro vero”, dice Antonello Salvatore. È questo il principale scoglio sulla via dell’integrazione sociale. La casa di accoglienza, invece, è un progetto ben avviato. Ora ci vivono in sette, tutti ex schiavi da lavoro. Si gestiscono gli spazi, la cucina, i turni di pulizia. “Abbiamo puntato sull’autonomia”, prosegue Antonello. “Non volevano offrire un servizio dall’alto che li rendesse passivi, soprattutto dopo quello che hanno subito. Poco alla volta, trovano la forza di lasciarsi alle spalle quello che hanno passato e di guardare avanti.” Quel che resta dentro in tutte queste storie, mi par di capire, è una profonda indignazione per il torto subito. Una rabbia da cui sorge il desiderio di dignità.
L’ultimo arrivato nella casa di accoglienza è un indiano che è stato sfruttato in una masseria del Salento. Se c’è una storia che può fotografare il grado zero dell’asservimento, questa è la sua.
Non so il suo nome, e non importa rivelarlo. So solo che, dopo essere arrivato in Italia, è stato assoldato, tramite un suo connazionale, da un piccolo allevatore agricolo della Puglia meridionale come guardiano di una stalla. Ma nella stalla ci viveva lui. Di giorno mungeva le vacche, di notte dormiva insieme a loro. Il suo unico alimento erano pane e acqua. Solo un pezzo di pane e una bottiglia d’acqua, che gli venivano dati sul finire di ogni giorno. Ma alle volte è capitato anche che per tre, quattro giorni di fila non venisse nessuno.
Era arrivato in buone condizioni, in pochi mesi ha sviluppato una violenta infezione intestinale. Diarrea e vomito lo hanno minato progressivamente. L’indiano ha chiesto più volte al padrone di portarlo all’ospedale, ma non è mai stato ascoltato. Avrebbe dovuto ricevere 400 euro al mese. Il primo mese li ha ricevuti, ma a partire dal secondo non ha più avuto niente: il padrone sosteneva che, essendo malato, era “improduttivo”. E lo ha più volte minacciato.
Dopo aver lavorato in tali condizioni per altri tre-quattro mesi, alla fine ha deciso di abbandonare la stalla. Così si è recato a piedi nel paese più vicino, distante una decina di chilometri. In piazza ha incontrato altri indiani, sono stati loro a portarlo al pronto soccorso dove gli sono state fornite le prime cure. La sua fortuna è stata quella di incontrare, tramite un altro indiano, un avvocato che aveva già seguito altri casi simili per cui era stato richiesto l’articolo 18, e che lo ha instradato verso il programma si accoglienza. Gli era venuta una ulcera perforante, ha dovuto subire molte operazioni.
“La cosa che più mi ha sorpreso”, dice Antonello, “è che, quando è partito dall’India, aveva quasi 50 anni. La famiglia si era impoverita, non riusciva più ad andare avanti e aveva diverse figlie femmine in età di matrimonio. Doveva mettere insieme le doti, e non sapeva come fare. Così è venuto in Italia.”
Alessandro Leogrande è autore del libro “Uomini e Caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud”. Ed. Mondadori, 2008.