All’inizio del graphic novel Ti sto cercando, scritto da Giovanni Marchese e disegnato da Luca Patanè, edito dalla Tunué nel 2008, si può leggere questa avvertenza:
Ti sto cercando trae ispirazione da quel drammatico contesto, non solo italiano, che ci viene dalle cronache e dalla pubblicistica sull’immigrazione clandestina. Gli autori non hanno preteso fare ricostruzioni storiche e tanto meno imporre come «verità» una loro versione dei fatti ma, con l’elaborazione narrativa di quelli riportati dalle cronache e con altri di pura invenzione costruire una narrazione a fumetti che avesse un riscontro con la realtà e su cui ognuno sarà libero di trarre le conclusioni che riterrà opportune.
Pertanto ogni eventuale riferimento a nomi, luoghi, fatti, persone realmente esistite è da ritenersi puramente casuale.
La realtà dell’immigrazione clandestina viene presentata in una dimensione prettamente cronachistica, senza clamori, nella sua desolante e banale realtà quotidiana. Le vicende si svolgono in «un’estate qualunque» e la storia narrata attraverso gli occhi del giovane Alì Yassin giunge dritta al cuore dei lettori proprio per la sua dimensione di plausibilissima consuetudine (all’inizio appare una casa italiana dove la tragedia dell’immigrazione è presente solo attraverso l’ascolto disattento delle notizie da una radio che funge da semplice sottofondo – escamotage narrativo che permette comunque di fare un parallelismo tra l’immigrazione verso il nostro paese e quella che avviene al suo interno, in un rimando tra diversi nord e sud di ogni parte del globo).
Il titolo del graphic novel si riferisce alla ricerca del padre da parte di Alì, che fornisce lo spunto per portare alla ribalta l’immigrazione clandestina dall’Africa all’Italia. Queste le ambientazioni: Marocco, luogo d’origine di Alì e del genitore Hamed; Libia, luogo d’imbarco per l’Italia; Lampedusa, punto d’approdo nel nostro paese; Puglia, luogo della raccolta dei pomodori da parte degli immigrati clandestini. Solo quelle italiane fanno però parte del racconto, dal momento che la storia si svolge interamente nel sud della nostra penisola. L’eco della fatica fatta per raggiungerla attraversando il deserto si propaga tramite la scelta cromatica operata dai due autori: l’acquarello marrone che colora ogni pagina porta la sabbia del Sahara fino ai nostri lidi, sabbia che si appiccica sulla pelle in un’estate afosa come per pungolarci, tenendo viva la consapevolezza della nostra implicazione nella sorte di ogni migrante. In un mondo ormai sempre più interrelato le sorti degli esseri umani sono come non mai legate tra loro: proprio per questo il signor Gattuso dà una mano al giovane Alì, attraverso cui cerca di riparare ad un torto commesso in Africa anni prima.
Le vicende del protagonista sono quelle più coinvolgenti a livello narrativo ed emotivo, poiché ad esse è demandato il compito di farci comprendere come possano essere proprio le azioni di ogni singolo individuo ad influire in un modo o nell’altro su una giovane vita, fragile e precaria proprio come le imbarcazioni che solcano il Mediterraneo in bilico tra afflizione e speranza. I flash-back dedicati alla vita di Hamed, invece, riportano tutto ad una dimensione oggettiva e più razionale, fornendo lo spunto per analizzare in maniera dettagliata e documentata la realtà dei CPT, centri di permanenza temporanea, e quella, già menzionata, dello sfruttamento degli immigrati irregolari nel lavoro di raccolta nei campi. All’empatia si mescola quindi una fruizione più distaccata, presentando la tematica dell’immigrazione su diversi piani che concorrono a sensibilizzare il lettore in ugual misura su uno dei temi scottanti del nostro tempo.